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CHI INQUINA PAGA! (stessa medesima regola per i mafiosi fuori e dentro lo Stato)

giulianolazzari, Ottobre 14, 2026Ottobre 15, 2026

RILEVATO & CONFERMATO DA RECENTI CAPITOLI

Secondo un recente sondaggio condotto da WWF e GlobeScansu 350 alti dirigenti d’azienda, il 91% degli intervistati ritiene che la transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio e sostenibile dal punto di vista ambientale rafforzi la competitività a lungo termine dell’UE, mentre il 55% afferma che i recenti sforzi di “semplificazione” dell’UE hanno avuto un impatto negativo o misto sulla propria attività. Questi risultati dimostrano che l’UE dovrebbe proseguire sulla strada di un’azione decisa a favore del clima e della natura. Soprattutto, le imprese chiedono norme ambientali dell’UE stabili e prevedibili che consentano investimenti, innovazione e pianificazione a lungo termine, anziché la riapertura e la revisione delle leggi. ​

L’ETS è lo strumento chiave dell’UE per ridurre le emissioni industriali e stimolare gli investimenti nelle tecnologie pulite. Un prezzo forte e prevedibile per l’inquinamento è essenziale per rendere economicamente vantaggiosi l’acciaio pulito, i prodotti chimici verdi e la produzione industriale elettrificata, mentre i proventi dell’ETS costituiscono una fonte fondamentale di finanziamento per la transizione. In un momento in cui l’Europa deve affrontare impatti climatici crescenti e un fabbisogno di investimenti sempre maggiore, l’attuale proposta della Commissione di indebolire l’ETS aumenterebbe le emissioni, minerebbe la certezza degli investimenti e ridurrebbe i proventi disponibili per la decarbonizzazione industriale e l’azione per il clima. Un’analisi dell’Ufficio centrale di pianificazione olandese stima che le modifiche proposte dalla Commissione potrebbero comportare 2,9 miliardi di tonnellate di emissioni in più entro il 2050.

Oltretutto, questo prolungherebbe gli effetti dannosi dei combustibili fossili sulla natura e sulla vita delle persone, anziché accelerare la transizione verso le energie rinnovabili e l’elettrificazione, che andrebbe a beneficio sia del clima che della natura. ​

La natura è una componente fondamentale dell’infrastruttura economica europea. Gli ecosistemi sani sono alla base della disponibilità idrica, della produzione alimentare, della resilienza climatica e della stabilità delle catene di approvvigionamento. Eppure, la normativa europea in materia di natura, a partire dalle direttive Uccelli e Habitat e dalla direttiva quadro sulle acque, è oggetto di tentativi di indebolimento, basati sulla premessa fuorviante che la protezione della natura e la competitività siano in contrasto tra loro.

Questi sviluppi hanno anche implicazioni negative per la credibilità e la leadership dell’UE nei negoziati internazionali. Poiché l’attuazione del Quadro globale per la biodiversità di Kunming-Montreal delle Nazioni Unite è in ritardo, la COP17 della Convenzione sulla Biodiversità (CBD)per l’UE rappresenta una occasione cruciale di dimostrare la propria leadership e promuovere azioni urgenti volte ad arrestare e invertire la perdita di biodiversità entro il 2030, attuando e finanziando al contempo le proprie leggi sulla natura a livello interno.

​(WWF)

La battaglia sull’ETS, il sistema di scambio delle emissioni dell’Unione europea, non conosce tregua. Il nuovo affondo arriva dall’Assemblea Generale Assolombarda dove la presidente del Consiglio dei Ministri Giorgia Meloni è tornata oggi a parlare di competitività. Ma soprattutto a ricordare perché il governo continui a portare avanti il fronte anti Emission Trading System. Fronte che conta oggi un altro alleato: il premier ceco Andrej Babiš con cui il primo ministro ha elaborato una serie di proposte per allentare il meccanismo.

Come ribadito stamane, per Meloni questo meccanismo “gonfia artificialmente i prezzi, crea squilibri tra gli Stati membri, danneggia le nostre imprese manifatturiere, particolarmente nella loro capacità di competere in un mercato globale nel quale i nostri principali concorrenti non sono neanche lontanamente sottoposti allo stesso livello di costo del carbonio e agli stessi vincoli”.

In realtà la questione è più complessa.

È impossibile negare che l’assenza di vincoli ambientali in passato abbia giovato all’industria extra Ue, ma è anche vero che oggi la sostenibilità è divenuta un valore a livello commerciale e non uno svantaggio.

Inoltre l’Unione non è più da sola. Un numero crescente di paesi sta implementando o valutando qualche forma di tariffazione nazionale del carbonio: strumenti di conformità o meccanismi nazionali di crediti di carbonio. Secondo il World Bank State and Trends of Carbon Pricing Dashboard, nel 2025 erano in vigore 80 meccanismi di tariffazione della CO2, che coprivano il 28% delle emissioni globali.

Ovviamente in un nuovo contesto di crisi energetica come quello attuale, il sistema di scambio delle emissioni ha un peso specifico, soprattutto nei paesi in cui le fonti fossili giocano ancora un ruolo preponderante nel mix elettrico.

In particolare l’elevato uso di gas naturale rende l’Italia particolarmente esposta ai costi delle quote di emissione, posizionando l’impatto in bolletta nazionale nella fascia alta rispetto alla media UE, sebbene inferiore a quello dei Paesi ancora dipendenti dal carbone.

Non solo. Il meccanismo è stato uno degli strumenti più efficaci della politica climatica europea, dimezzando dal 2005 a oggi le emissioni dei settori coperti. Tuttavia ha anche offerto delle scorciatoie. Come ricorda Carbon Market Watch dal 2021 sono state distribuite gratuitamente oltre 2,6 miliardi di quote a titolo gratuito, per un valore enorme di 170 miliardi di euro.

Da norma è prevista una eliminazione graduale delle quote gratuite in concomitanza con la piena entrata in vigore del CBAM (Carbon Border Adjustment Mechanism) per sostituire la protezione “interna” con una “alle frontiere” che sbarri la strada alla concorrenza sleale di Paesi extra-UE.

Ma anche in questo caso la strada non è dritta. “La gran parte delle emissioni industriali non viene tuttora pagata da chi le produce”, sottolinea Carbon Market Watch. “Il previsto phase-out delle quote gratuite dovrebbe far sì che i maggiori inquinatori d’Europa paghino finalmente il dovuto, ma molti settori potrebbero continuare a ricevere benefici oltre il 2030 senza alcuna condizione”.

Ma per la premier italiana l’ETS rimane un ostacolo alla competitività italiana ed europea. “Non è questa la strada giusta per restituire all’Europa autonomia strategica, forza, peso economico. […] Anche per questo, come sapete, stiamo cercando di allargare il fronte delle Nazioni che chiedono interventi radicali su ETS, ma non solo, a difesa della nostra industria e della competitività europea”.

Tanto flessibile quando chiede all’Europa di usare una parte dei fondi destinati alla transizione energetica per mitigare i costi dell’inflazione, quanto inflessibile nel proseguire la crociata contro il Green Deal. Giorgia Meloni si presenterà così oggi al Consiglio Europeo. Da un lato, cercherà di perorare la richiesta, inviata per lettera alla presidente della Commissione UE von der Leyen, di usare i proventi dell’Iva per attutire gli effetti del caro-carburanti e delle bollette; dall’altro lato, continuerà la crociata contro il mercato del diossido di carbonio (CO2). Si chiama ETS (Emission Trading System): il sistema europeo per lo scambio delle quote che impone alle industrie inquinanti di acquistare ‘permessi di emissione’ per ogni tonnellata di CO2 prodotta.

“Bisogna far sì che il prezzo della CO2 rifletta l’economia reale e non le logiche della finanza”, ha scandito ieri in Senato la presidente del Consiglio. Per lei le “regole sbagliate” sulla transizione ambientale finiscono per “aggravare gli effetti delle crisi che stiamo attraversando”.

Replicando alla Camera, Meloni ha esplicitato l’impianto della sua campagna: “La nostra battaglia non è contro la transizione ecologica, ma è sempre stata contro la transizione ideologica”. È un gioco di parole, anch’esso ideologico, che serve a Meloni per respingere le accuse di disimpegno ambientale e legittimare l’attacco al pilastro del Green Deal – l’ETS, appunto – senza presentarsi come una negazionista del clima.

(Rinnovabili PRO)

ZONA “A” MAGGIOR TUTELA AMBIENTALE [ed ove ogni reale tutela rinnegata]

Nell’ultimo anno, e in particolare dal decreto bollette, il governo ha intensificato l’offensiva, usando la crisi energetica come uno strumento per allentare un sistema inviso anche agli Stati Uniti di Trump, interessati ad accrescere la dipendenza europea dal proprio gas naturale liquido. A sostegno della sua linea, Meloni ha usato la notizia sull’apertura della Commissione Europea a un accordo ‘di massima’ sulla neutralizzazione dell’ETS promossa nell’ambito del decreto bollette.

Dovrebbe servire ad abbassare anche il caro-prezzi, ma servirà soprattutto a rafforzare il doppio profilo che Meloni ha già mostrato con Bruxelles. Il suo obiettivo è sembrare forte mentre si trova in una posizione di debolezza. Dalla parte di Meloni c’è Confindustria, che considera l’ETS uno dei ‘macigni sulla competitività’ rispetto ai concorrenti negli USA, dove il prezzo del gas ad agosto 2026 è stato otto volte inferiore. Sarebbe questa la causa della chiusura di 386 impianti manifatturieri tra il 2005 e il 2025. Ieri è intervenuto l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, secondo il quale bisogna ‘sospendere il sistema fino a che non si trova una quadra con le guerre in corso’.

Le ragioni di fondo dell’alleanza tra il governo e le imprese fossili sono state contestate dal WWF. Entrambi sostengono l’esistenza di un dualismo tra la competitività delle imprese e la transizione energetica. Il problema è diverso: ‘La nostra industria – ha spiegato il WWF – paga la dipendenza dal gas, anche nella produzione di energia elettrica, non certo la transizione. L’Europa ha bisogno di accelerare la decarbonizzazione, non di tornare indietro sulle politiche ambientali’.

La crisi della manifattura di cui parla Confindustria è nata dalla volatilità dei prezzi del gas, dalla speculazione sui mercati e dal ritardo della transizione energetica, non dall’ETS. Per l’organizzazione ambientalista, depotenziare o sospendere il sistema di tassazione del carbonio, e il regolamento sul metano (in stand-by per un anno, ha deciso ieri la Commissione), è un disincentivo per gli investimenti puliti e alimenterà il ‘miraggio ideologico’ del nucleare.

Le destre come quella di Meloni condividono con i gruppi conservatori tradizionali (il PPE, di cui è espressione la stessa Ursula von der Leyen) l’idea di ostacolare o comunque cambiare il segno al Green Deal.

Così è nata l’idea per cui la tassazione ETS sia un ‘balzello punitivo’. L’obiettivo è fare pressione su una Commissione che intende permettere alle industrie più inquinanti di continuare a emettere gas serra fino al 2040 e offrirà un maggior numero di permessi di emissione gratuiti. Tuttavia von der Leyen non intende sospendere, ma mantenere gli ETS. A sostegno di questa tesi c’è un ampio numero di governi (Svezia, Danimarca, Finlandia, Lusromburgo, Paesi Bassi e Spagna) che si oppongono a Meloni e ai suoi alleati fossili. Il conflitto riemergerà al Consiglio Europeo.

La disfida sugli ETS riguarda infine il modo in cui sono usati i proventi della tassa. Dovrebbero abbassare le bollette o finanziare la transizione energetica. In realtà, altrove e anche in Italia, è stato usato solo il 9% dei proventi per questo scopo. Il resto è stato destinato alla gestione del debito pubblico.

(Il Manifesto)

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