
È morto Marcos Rodríguez, da bambino ha vissuto per 12 anni con i lupi:
“È stata la mia vera famiglia”
Vale la pena ricordare la storia di quest’uomo molto più di tanta immondizia con l’aspirazione di voler essere cultura.
Vale la pena ricordare le vicissitudini di quest’uomo, di certo un uomo diverso da tutti noi in quanto la sua esperienza ‘unica’ elevandolo, e in medesimo tempo ispirando ciò che rimasto del primitivo istinto inerente il principio da cui la Vita, ci fa riflettere ‘come’ e ‘perché’ vale la pena di viverla ‘entro’ o ‘fuori’ da questo mondo; entro o fuori da queste mura. Entro fuori da questo eterno filo spinato.
Entro o fuori dal vostro inutile Tempo!
E con questo stesso principio adottare determinate scelte, anche se queste dettate da particolari condizioni avverse alle stesse umane consuetudini di crescita e sviluppo a cui un fanciullo di norma destinato; un fanciullo suo malgrado pur essendo ‘nel mondo’ in una età ancora troppa prematura per poter decidere, e decidendo circa il suo condiviso destino trova una inaspettata salvezza, una inaspettata linfa, e immerso in questa luce l’apparente selvaggio ci fa comprendere ancor meglio il divario culturale, abisso e distanza fra i cosiddetti esseri civili – con tutto il bagaglio dell’oscuro male inerente al dominio – a cui la civiltà delle tenebre, destina comanda e indottrina, l’insana e odierna cultura, o meglio globale follia, avversa a Madre Natura che adotta un diverso metro di misura.
Questa inaspettata salvezza da parte di Madre Natura ci fa riflettere circa la distanza e differenza; ci fa riflettere come per un naturale istinto i tanto odiati Lupi abbiano adottato un fanciullo, non certo un caso raro ma sicuramente molto interessante perché in questi èvi ‘moderni’ che pensavamo superati dai ‘medi’, gli stessi medesimi primi e secondi tempi seppur frammentati e scanditi da brevi intervalli, snodano la stessa ugual sceneggiatura, ed ancora si avvistano brevi fotogrammi di potenziali lupi mannari fuori da strani giardini privati aggredire putti pargoli e piccoli infanti.
Qualcosa di molto simile abbiamo meditato pur non avendo nulla da condividere con il variegato selvaggio ecosistema animale della Wilderness eccetto il difficile mondo della pastorizia di cui il Lupo eterno terrore, fu il caso di Gavino Ledda il quale narrò la sua esperienza pur anche lui avendo vissuto come un animale. Eppure fra le due esperienze sussiste – simmetrica coincidenza – in quanto la figura paterna con la quale si conclude la testimonianza di Marcos coincide con la figura paterna che ha governato Gavino.
Ovvero l’uomo padrone del proprio delirio affine al dominio il quale contrario ad ogni legge di Natura possiede quanto pensa aver creato, e possedendolo lo vende come una Fiera – e paradossalmente – le Ferie a cui destinato rispondono con più amorevole logica e universale comprensione dell’inumana natura da cui abbondonato.
Da tutto ciò meditiamo il divario che ci distingue ponendoci al di sotto della bestia, e seppur pensiamo o solo cogitiamo il nostro esser capaci di educare come apportare valori consoni alla natura civile del vivere, in verità e per il vero, tutti quei valori e la maggior parte di questi presentano delle paradossali contraddizioni, infatti la maggior parte derivate da menti dicono ben articolate e assennate, degne della peggior specie vivente.
I risultati li possiamo constatare ogni giorno, ciò a cui assistiamo è il delirio della civiltà approdata al corto circuito generazionale prossimo all’umana estinzione della capacità evolutiva sottratta alle proprie ragioni – non solo e più del pensiero – ma ai principi dell’Intelletto.
Ci stupiamo quindi che chi ‘povero di mondo’ possa esser in grado di elevare e porre in Essere le antiche primitive Leggi abdicate ai peggiori intelletti che governano il vostro mondo!
Ero molto piccolo, avevo sei anni, quando un giorno, prima del tramonto, apparve un uomo che non avevo mai visto prima. Diede dei soldi a mio padre, mi afferrò per le braccia e mi mise a cavallo. Ce ne andammo. Mio padre mi aveva venduto come una capra.
Gabriel Janer Manila registrò il racconto orale della vita di Marcos, qualche tempo dopo il suo ritrovamento in uno stato quasi selvaggio tra le montagne della Sierra Morena. Per oltre trent’anni, Janer Manila perfezionò quel documento orale, trasformandolo nel bellissimo e commovente romanzo ‘Ho giocato con i lupi’.
Ecco tanto per iniziare c’è chi gioca con strani ‘artifizi’ che di ‘humano’, connessi e/o ispirati con le sorti della Natura e spacciati per ‘sociali’, creano il più vasto ed incolto mondo della ‘delinquenza sociale’ ad uso e consumo dell’assolutismo, un certo e più oscuro ed ancora indecifrato, ovvero, non ben compreso nel danno che può apportare al ‘programmatore’ medesimo come chi ne abusa nel consumo non più percependo l’altro mondo, quello un po’ più selvaggio e non ‘social’ come interpretato da un diverso e più saggio elevato divino programmatore.
Ma sicuramente finché regna e regnerà un deleterio principio economico dettare una certa scelta possiamo essere certi che l’abuso – come ogni guerra – sarà ‘censurato’ dal Ministero della Verità a favore del paradossale ‘bene’ con cui l’inganno – mascherandosi – destina e regola ogni principio d’abuso ad uso del formicaio a cui Ognuno destinato.

Non sono mai stato un lupo. Non lo sono mai stato e non lo sono neanche adesso, anche se ho vissuto con i lupi. Non so se siamo mai diventati amici. A volte avrei voluto essere un lupo; camminare come loro – coda rigida, occhi vigili, orecchie dritte – correre come loro, annusare come loro e trafiggere l’oscurità con lo sguardo. Forse avrei voluto far parte del loro branco, sentirmi accettato nella loro famiglia, sapere che il loro spazio, aperto e vasto, era anche mio: dal ruscello che sgorgava lì vicino, in fondo alla valle, in una fessura rocciosa, fino al limite della foresta, dall’altra parte delle montagne.
Quello era il loro territorio.
Era anche il mio, e a un certo punto ho creduto di essere re, in guerra con i lupi. O forse con la loro complicità. Ho imparato che è meglio morire che vivere sottomesso. E ho imparato cosa significa resistere. Non so se ho mai acquisito l’odore dei lupi.
Ora, con il passare del tempo, a volte ho deciso di esplorare il mio corpo e mi è sembrato di riconoscere sulla mia pelle il suo odore intenso e selvaggio. Vivevamo in un villaggio del sud. Poi ci siamo trasferiti in città, al nord. Non ho ricordi, se non quelli che mi raccontava mio padre. Ma ero solo un bambino, e tutto ciò che mi resta è il sussurro della sua voce. Diceva che le case del nostro villaggio erano bianche e le strade lunghe, che la torre dell’orologio era la più alta di tutta la regione, che al centro della piazza c’era un pozzo che non si prosciugava mai, un pozzo misterioso e profondo, che corteggiava mia madre il giorno di Pasqua, la grande festa di maggio. Ma non so se ho solo immaginato tutto questo. Non so se sia vero. Potrebbe essere una storia inventata, una fantasia. Ma in un angolo della mia memoria, la voce di mio padre risuona ancora.
È una voce che racconta storie, ma che si affievolisce con il passare degli anni.

Tornammo a sud. Andammo a vivere in un villaggio di montagna, nel cuore di un’imponente catena montuosa. Non so come si chiamasse, e non so nemmeno se voglio ricordarlo. Salii su per un pendio di ripide stradine fino ai piedi di una rupe che era stata messa in sicurezza con delle catene perché si temeva che si staccasse dalla montagna e trascinasse con sé la città. Mio padre aveva perso il lavoro e avevano deciso di tornare a sud.
Nel villaggio venivano organizzate battute di caccia. Gli uomini, armati di fucili, i più potenti di quelle zone, si radunavano, poiché possedevano la terra e se la godevano. Montavano a cavallo e scomparivano nel bosco. A volte ci passavano molto vicino e noi li osservavamo con ansia, la paura che ci si annidava negli occhi. Era come guardare uno squadrone partire per la guerra. Per ore e ore, sentivamo gli spari di quegli uomini. Dopo ogni sparo, un silenzio oscuro. A volte, il muggito di una bestia. Al loro ritorno, portavano la preda legata alla groppa dei cavalli: un cinghiale, un cervo, una capra…
Uno di loro portava un lupo argentato.
Sangue coagulato colava tra i denti. Gli occhi spalancati del lupo si fissarono sui miei. Era morto e lo stavano portando via per scuoiarlo. Non sono mai riuscito a dimenticare lo sguardo gelido del lupo. Mai. Un giorno, prima del tramonto, apparve un uomo. Cavalcava un cavallo color rame con una stella sulla fronte. Il suo viso era aspro e scarno, gli occhi scuri, la bocca sdentata. Indossava un cappello nero. L’uomo smontò da cavallo e parlò con mio padre, ma avevano già concluso l’affare. Gli diede del denaro, mi prese per le braccia, mi sollevò sul cavallo e mi fece sedere dietro di esso. Non so quanti soldi gli diede. Vidi solo mio padre prendere delle banconote dalla mano dell’uomo. Ce ne andammo.
Mio padre mi aveva venduto come una capra.
Conoscevo a memoria il posto in cui stavamo andando. Non chiesi nulla all’uomo che mi aveva comprato qualcosa. Pensai: ‘Ora sono suo, e forse non mi picchierà come faceva la mia matrigna’. Mio padre acconsentì. I luoghi che attraversavamo non mi erano sconosciuti: le rocce, i ghiaioni, i pendii, gli alberi, l’acqua che scorreva accanto alla strada. Un piccolo ruscello. Sentivo i lupi ululare in lontananza. Forse non c’è niente di più inquietante dell’ululato di un lupo sotto un cielo stellato. Pensavo all’animale che il cacciatore portava come se fosse un trofeo. E credevo che con quei lamenti mi stessero dando il benvenuto nella terra dei lupi.
Nella terra dei lupi.

Non avevo più di sette anni allora, e non so se sapessero che il bambino arrivato in sella a un cavallo grigio desiderava da tempo essere un lupo. Non sapevano che col tempo il mio corpo avrebbe assunto l’odore dei lupi.
Un altro giorno il proprietario delle capre venne a trovarmi. Mi portò mezzo sacco di pane. Briciole di pane rimaste dalla tavola. Mi disse: ‘Così avrete qualcosa da mangiare’. Poi gli dissi che Damian era scomparso: ‘Una sera mi disse che andava a caccia di conigli e non tornò più. Lo cercai per molti giorni. Fu tutto inutile’. Lui rispose: ‘Lascia stare. Probabilmente è morto’.
‘Morto?’
La grotta era la mia casa: un buco nella roccia viva. L’ingresso, attraverso una fessura nella pietra, aveva due gradini formati dalle radici di una quercia che cresceva accanto al buco che fungeva da ingresso. C’erano molti rami e un sottobosco molto fitto. Entrare nella grotta era come rifugiarsi in un nascondiglio segreto. Come i conigli che si ritirano nelle loro tane. E come i lupi. Sulla destra, c’era uno spazio per accendere il fuoco. Si potrebbe chiamarla cucina. Tutto il pavimento era di roccia, tranne in fondo, dove c’era una zona di terra. Inoltre, c’era un altro spazio dove potevo tenere i quattro utensili che avevo, che erano pochi: alcuni bastoncini secchi, induriti dal tempo, una borsa di cuoio che non usavo mai – l’avevo trovata appesa a un palo ed era sempre rimasta lì, piena di polvere –, una sbarra di ferro che Damian usava per ravvivare le braci e la fiamma, una gabbia di legno dove potevo conservare il pane, quando mi portavano le croste dure che i proprietari delle capre raccoglievano dalla loro tavola, una brocca che tenevo sempre piena d’acqua, alcune pellicce per proteggermi dal freddo…
Mi sono fatta crescere i capelli molto lunghi, fino alla vita. Non avevo idea di come il tempo fosse passato così in fretta. Giorni e notti, momenti di freddo e altri di caldo. La luna cresceva, calava e cresceva di nuovo. Ero il re della valle. I miei capelli crescevano come rami d’albero, come capretti, come lo sguardo dei lupi. Lo sguardo dei lupi cresce e si estende fino alla luna. Ho messo la carne avanzata in un sacco – uno di quei sacchi pieni di avanzi che mi portavano – e l’ho portata ai lupi, così che avessero cibo per i loro cuccioli. Gli adulti non mi lasciavano avvicinare; ma, vedendo che davo loro da mangiare, hanno iniziato a fidarsi di me. Ho iniziato a emanare lo stesso odore dei lupi. È un odore forte, selvaggio. E so per certo che i miei capelli hanno iniziato a emanare lo stesso fetore dei lupi. E la mia pelle.

Un giorno presi in braccio uno di quei cuccioli, un lupacchiotto che aveva forse solo un mese. Mi piacque perché era desideroso di giocare. Aveva le orecchie lunghe e mi guardava con quelle, ne sono sicuro, tanto quanto con gli occhi. È buffo e strano allo stesso tempo avere la sensazione che ti stiano guardando con le orecchie. Ci siamo divertiti sull’erba fresca e abbiamo saltato selvaggiamente. C’erano altri due cuccioli, ma quello mi aveva completamente conquistato.
Non era la prima volta che giocavamo insieme.
Quel giorno, però, gli ho fatto un po’ male alla zampa. Niente di grave. Forse l’ho stretta troppo forte, come se avessi esercitato una pressione violenta e l’avessi schiacciata. La lupa è arrivata e mi ha dato una zampata. Ero contento che il piccolo lupacchiotto avesse qualcuno a difenderlo. Nonostante quello che era successo quel giorno, sapevo di potermi fidare dei lupi. Erano miei amici. Erano buoni amici. I lupi, la volpe, il serpente, i topi nascosti nella borsa… erano i miei unici amici. Se un giorno mi fossi ritrovato nei guai volevo che venissero in mio soccorso, perché non sapevo come uscire da quella situazione.
I lupi sono venuti da me e mi hanno offerto il loro aiuto. Ho dovuto solo chiamarli. Inizierei a urlare a squarciagola:
Uuuuuuh…! Uuuuuuh…!
E venivano a salvarmi dal pericolo. Venivano in gruppo, mai da soli. Era una foresta fitta, con rami spessi e alberi robusti. A volte, forse mi ero allontanata troppo, avevo abbandonato il mio territorio e mi sentivo persa. Se iniziavo a gridare, correvano verso di me. Se mi vedevano piangere, mi saltavano addosso, saltavano e mi afferravano il braccio con la bocca finché non mi facevano ridere. Poi mi guidavano alla tana dei lupi, la loro caverna, e da lì sapevo come ritrovare la strada.
Uuuuuuh…!
Quando arrivai alla loro tana, i cuccioli di lupo mi aspettavano e iniziarono a festeggiare, a giocare con me, a saltare come matti. Non so se sapessero che avrei voluto essere un lupo come loro. Non sono nato lupo. Ma a volte ho pensato che nessuno nasce lupo. Forse lo si diventa. È strano che non abbiano mai attaccato le capre. Perché i lupi sono feroci con le capre. Possono attaccare un gregge e causare una strage.

Mi videro con loro, e forse per questo non osarono attaccarle, perché sapevano che mi sarei potuto arrabbiare. Ma è vero che avevano molta selvaggina di piccola taglia: conigli e pernici. A volte attaccavano i cervi e li facevano a pezzi. In un’occasione ho assistito a una scena: una cerva stava partorendo un cerbiatto al riparo di alcuni alberi i cui rami arrivavano fino a terra. Partoriva con fatica e il suo respiro era superficiale e affannoso. Non è facile far nascere un cucciolo. Si sforzava, e la piccola bestia emerse lentamente: prima la testa, poi il collo, poi il corpo e le zampe anteriori, poi la pancia… Il parto è doloroso.
Quella cerva stava dando alla luce il suo cerbiatto e, sebbene non fosse ancora completamente uscito, lo leccava dolcemente. Non lontano, in agguato nel fitto della foresta, una coppia di lupi affamati aspettava che finisse di partorire. Anche loro respiravano affannosamente e sbavavano. Avevano deciso di aspettare…
Più che parlare, comunicavo con gli animali, perché avevo imparato a imitare i loro versi ripetendo ciò che dicevano. Li capivo. Parlavo a modo mio. Molte parole mi sfuggivano di mente. Era come se il tempo in cui sapevo parlare si fosse allontanato da me. I nomi erano svaniti dalla mia memoria. Ma io cantavo. Mi piaceva cantare. Inventavo le parole e la musica. Cantavo come una bestia, come se un ululato si levasse in mezzo al bosco.
Stavo urlando.
Mi piaceva urlare a lungo, ed era come se stessi cantando una canzone selvaggia.
A volte, dei blocchi di ghiaccio si staccavano dalla montagna. Li allungavo con un bastone e li lasciavo cadere nelle pozze del fiume, enormi pozze che si formavano quando la neve cominciava a sciogliersi. Quando quelle acque erano ghiacciate, mi piaceva scivolare sul ghiaccio. Andavo avanti e indietro. Una volta, presi troppa velocità, slittai e atterrai su una roccia. Mi sono fatto male, ma mi sono divertito. Ho anche acceso un fuoco sul ghiaccio. Il calore l’ha sciolto e sono caduto a testa in giù nella pentola.
Ho riso tutto il giorno.

Intrecciai una corda con delle liane e la legai al ramo di un albero. Mi trovavo vicino al fiume e, quando l’acqua si alzava, la corda mi permetteva di saltare da una sponda all’altra. Sulla sponda opposta cresceva una pianta che mangiavo spesso. Come un coniglio, ne mangiavo una buona quantità ogni giorno. Ma quando cominciò a piovere e il fiume si ingrossò, non potei attraversarlo con tutta quell’acqua. Quella pianta non cresceva sulla mia riva. Riflettei su come avrei potuto raggiungere l’altra sponda. Non so se ci pensai per una settimana, perché poi non ci pensai più. Poi imparai a galleggiare sull’acqua!
Pensavo che tutto provenisse dalla terra: acqua, piante, alberi, cervi, gufi, lupi… Tutto ciò che vedevo era nato dalla terra. E la terra era la madre di tutte le cose. Osservavo che l’erba cresceva dalla terra. L’unica cosa che non riuscivo a capire erano le nuvole. Perché le nuvole sono difficili da capire. Un giorno ne vidi una riflessa nel fiume. Sopra un’enorme cavità, la nuvola. C’era una fitta nebbia. La chiamavo fumo. Era come il fumo che sale da un fuoco.
Avevo imparato la parola fumo quando ero piccolo. La fornace di carbone di mio padre fumava per giorni e giorni. C’era fumo sopra la cavità. Entrai in quel fumo e mi resi conto che la mia pelle si stava bagnando. Non sapevo come il mio corpo si fosse saturato di quell’acqua. Poi la nebbia salì verso l’alto e si unì ad altre nebbie, e quando furono molto in alto, iniziò a piovere. Non avevo visto la nuvola che trasportava l’acqua dalla conca, né sapevo da dove provenisse la pioggia. E mi chiedevo: ‘Da dove viene quest’acqua?’. Veniva dalle nuvole. E le nuvole raccoglievano l’acqua dal fiume e dalle conche.
Camminavo anch’io a quattro zampe, come i lupi, la volpe e le capre; ma non riuscivo a farlo come loro. Dovevo sempre aggrapparmi a tutto, perché in quella valle non ci si poteva muovere in altro modo, e bisognava tenersi stretti all’erba, alle pietre, ai rami pendenti. Bisognava anche appoggiarsi a terra. Così facevano tutti gli animali. Non c’erano differenze tra loro, se non per il fatto che alcuni erano ricoperti di piume e altri di pelliccia. A volte mi chiedevo: ‘Perché non ho tutto il corpo ricoperto di pelliccia, come i lupi o le capre?’.
Ma questo non mi preoccupava più di tanto.

Sapevo di essere diverso dagli altri animali, proprio come ci sono alberi, cespugli e piante che hanno fusti più spessi, foglie più lunghe e fiori di colori diversi. Se tutto intorno a me fosse stato uniforme e solo io fossi stato diverso, forse mi sarei preoccupato, perché sarei stato l’unico fuori posto. Ma in montagna la vegetazione è varia e gli animali sono diversi. Se entri in una foresta, a prima vista tutto sembra uguale. Quando vedi una foresta pensi: ‘Che foresta fitta!’. Ma quando ti fermi ad osservare ogni foglia, ogni pietra, ogni fiore, ti rendi conto che nulla si ripete, che è tutta foresta, ma ogni parte è diversa dalle altre in qualche modo. È quasi la stessa cosa con le persone: come gli alberi, veniamo tutti dalle stesse radici. Ma non esiste una sola persona che sia la copia di un’altra.
I Lupi hanno una propria consapevolezza di sé e un modo particolare di essere intelligenti. Sono diversi dalle altre persone, ma a volte sembrano avere più buon senso. Ho imparato molte cose dai lupi. Li ho osservati e ho imparato da loro. L’unica differenza era che io potevo usare le mani. Ed è per questo che ho capito che, anche se il mio corpo avesse emanato lo stesso odore, non sarei mai stato un lupo.
Ho sentito i miei uccelli cantare. Era come se fossero rattristati dalla mia partenza. Abbiamo fatto una deviazione lungo il fiume. Abbiamo lasciato la grotta, le capre, il Lupi. Non so se gli sono mancato tanto quanto loro sono mancati a me. Quando sbarcai nel mondo civile, mi portarono dal barbiere perché mi tagliasse i capelli. Non avevo la barba, perché era cresciuta a malapena.
Mi costrinsero a sedermi su una sedia e mi slegarono.
Davanti alla sedia c’era uno specchio. Mi guardai allo specchio per la prima volta. Non sapevo chi stessi guardando. Scoprii che lo specchio rifletteva la mia immagine. Ero io quello che appariva lì. Le guardie si erano posizionate all’ingresso per scoraggiare gli sguardi indiscreti. Improvvisamente, il barbiere tirò fuori un rasoio e iniziò ad affilarlo. Entrai nel panico. Cosa voleva fare quell’uomo con il rasoio? Pensai che volesse tagliarmi la gola. Mi alzai, pronto a scagliarmi contro di lui. Iniziò a gridare. Doveva dire: ‘Aiuto, mi ucciderà!’.
Poi arrivarono le guardie chiamarono un ragazzo che era in strada e si offrirono di tagliargli i capelli, così che potessi vedere come si faceva. Fu così che riuscirono a tagliarmi i capelli. Me li tagliarono corti. E mi portarono alla caserma della Guardia Civile.

La gente gridava:
Hanno preso il boscaiolo! Avanti…!
È l’uomo dei boschi.
Il selvaggio di montagna.
Hanno catturato il selvaggio.
E i ragazzi e le donne mi seguivano ovunque. E gridavano. Non riuscivo a capirli.
Ora penso che dicessero:
‘Hanno preso l’uomo del bosco’.
È il selvaggio.
Lo hanno catturato perso in una valle.
È l’uomo di le foreste.
Viveva tra i lupi.
Sei sicuro che sia un uomo?
E se fosse una bestia?
Forse è stato partorito da una lupa.
È figlio di una lupa e di un pastore?
Sì, l’uomo dei boschi: figlio di una lupa e di un pastore.
Forse è pericoloso.
Si nutriva solo di ghiande e radici.
È un animale?
Non dovrebbero rinchiuderlo in una gabbia?
Riuscivo a sentirli parlare senza ascoltarli.
Quando arrivammo alla caserma della Guardia Civile, mio padre si presentò. Non l’avevo più rivisto. Non sapevo quanto tempo fosse passato, probabilmente molti anni. Le guardie calcolarono la mia età e conclusero che avessi diciannove anni. Era poco prima dell’estate del 1965. Erano trascorsi quasi tredici anni da quando mio padre mi aveva venduto al pastore di capre.
Inizialmente non riconobbi mio padre.
Era invecchiato molto ed era quasi cieco. Mi si avvicinò e, vedendo che indossavo solo una pelle di animale lacera per coprirmi, disse:
Dov’è la giacca che indossavi?
Che fine ha fatto?
Ma non provavo alcun affetto per lui. Lo vedevo cambiato e invecchiato. Non abbiamo parlato. Mi ha solo chiesto che fine avesse fatto la giacca che mi aveva comprato.
La gente gridava:
È l’uomo dei boschi!
(Gabriele Janer Manila) & IL CAPITOLO COMPLETO
