
— che io non so proprio se ne potranno dare di migliori, nell’arte nostra. Egli ha stabilito che di quel che si ruba si deve dare qualche cosa, sotto forma di elemosina per l’olio della lampada di un’immagine veneratissima che si trova in questa città; e vi assicuro che per questa opera buona si son viste grandi cose. Pensate che nei giorni scorsi han dato tre volte le ansie ad un ladro di bestiame che aveva grattato due ciucci; ed egli, sebbene fosse magro e malato di quartana, riuscì a sopportarle senza cantare, come se nulla fosse. E questo, noialtri del mestiere lo attribuiamo alla sua sincera devozione, perché le sue sole forze non sarebbero state sufficienti a sostenere il primo scossone del boia. E siccome so che adesso mi domanderanno la spiegazione di alcune parole che ho usato, voglio mettere le mani avanti e dirle prima che me le chiedano. Sappiano lorsignori che ‘ladro di bestiame’ è chi ruba cavalli e simili; ‘ansia’ è il tormento dell’acqua; ‘ciucci’ sono gli asini piccoli, con rispetto parlando; il ‘primo scossone’ è il primo tratto di corda che dà il boia. Ma di regole ce ne sono ancora: recitiamo il nostro rosario, dividendone le poste nei vari giorni della settimana, e molti di noi non rubano di venerdì, né il sabato facciamo conversazione con nessuna donna che si chiami Maria.
— Tutto questo mi pare magnifico,
…disse Cortado.
— Ma mi dica, vossignoria: si fanno altre restituzioni o penitenze, oltre a quelle già dette?
— In tatto di restituzioni, non c’è nemmeno da parlarne,
…rispose il ragazzo,
— perché sarebbe cosa impossibile, dato che ciò che si ruba si divide in tante parti, e ciascuno dei ministri e dei contraenti si prende la sua; e così il vero ladro non potrebbe restituir nulla, tanto più che non c’è nessuno che ci possa ordinare di farlo, perché non andiamo mai a confessarci; così pure, se anche metton fuori le patenti di scomunica, noi non ne sappiamo mai niente, perché non entriamo mai in chiesa quando le leggono, a meno che non sia nei giorni di giubileo, dato il profitto che ci offre la folla, numerosa.
— E soltanto con queste cose che fanno,
…chiese Cortadilìo,
— questi signori dicono che la loro vita è santa e buona?
— Perché? Che c’è di male?
…lo rimbeccò il ragazzo.
— Non è peggio essere eretico o rinnegato, o ammazzare padre e madre, o essere solomicco?
— ‘Sodomita’, vorrà dire vossignoria,
…osservò Rincón.
— Giusto,
…confermò il ragazzo.
— È tutto male,
…ribatté Cortado.

— Ma, dal momento che la nostra sorte ha voluto che entrassimo in questa comunità e confraternita, cerchi vossignoria d’allungare il passo, perché muoio dalla voglia di vedere in faccia il signor Monipodio, del quale si narrano tante virtù.
— Il loro desiderio sarà presto soddisfatto,
…disse il ragazzo,
— perché già di qui si vede la sua casa. Lorsignori rimangano fuori della porta; entrerò io per vedere se è libero, perché queste sono le ore in cui egli ha l’abitudine di dare udienza.
— E va bene,
…accettò Rincón.
Ed il ragazzo, affrettando un po’ il passo, entrò in una casa non molto bella, ed anzi di pessimo aspetto, mentre gli altri due restavano sulla porta ad aspettare. Uscì quasi subito e li chiamò, ed entrarono anche loro. La guida disse di aspettare in un cortiletto ammattonato, tanto pulito e lucido che sembrava vi scorresse carminio del più fine. Da una parte c’era una panca con tre piedi, e dall’altra un orcio sbreccato con sopra una brocchetta non meno guasta dell’orcio; da un altro lato era distesa una stuoia di giunco, con in mezzo un vaso di basilico, di quelli che a Siviglia chiamano ‘cocci’.
I due amici osservavano attentamente gli arredi della casa, mentre aspettavano che il signor Monipodio venisse giù. Vedendo che tardava, Rincón s’arrischiò ad entrare in una stanza terrena, delle due che davano sul cortile, piccole tutt’e due; e vi scorse due spade da scherma e due brocchieri di sughero che pendevano da quattro chiodi, un cassone senza coperchio né altro che servisse a chiuderlo, ed altre tre stuoie di giunco stese per terra. Alla parete di fronte era attaccata al muro un’immagine di Nostra Signora, di quelle stampate alla peggio, e sotto a quella pendeva una sportina di foglia di palma, e, più giù, una piletta bianca, dal che Rincón dedusse che la sportina serviva come bussolotto per le elemosine, e la piletta per l’acqua santa; ed era proprio così.

Mentre stavano facendo questo, entrarono in casa due giovanotti d’una ventina d’anni ciascuno, vestiti da studenti, e poco dopo due di quelli che stavano con la sporta in piazza, insieme con un cieco; e, senza che nessuno aprisse bocca, cominciarono a passeggiare per il cortile. Non passò molto tempo che entrarono poi due vecchi vestiti di baiettone, con tanto di occhiali che li facevano apparire solenni e degni di rispetto, ed ognuno aveva in mano un rosario dai chicchi grossi e sonanti.
Dietro a loro entrò sgonnellando una vecchia che, senza dir nulla, andò nella stanza e, dopo essersi segnata con l’acqua benedetta, con grandissima divozione s’inginocchiò dinanzi all’immagine; poi, dopo un pezzo, baciando prima il suolo per tre volte e levando al cielo altrettante volte le braccia e gli occhi, s’alzò, mise nella sportina la sua elemosina ed uscì nel cortile con gli altri.
A farla breve, in pochi minuti furon riunite nel cortile ben quattordici persone, diverse per gli abiti che portavano non meno che per il loro mestiere. Vennero anche, tra gli ultimi, due giovanottoni robusti dall’aspetto di bravacci, con baffi lunghi, cappelli a falde larghe, collettoni alla fiamminga, calze rosse, giarrettiere vistose, spade smisurate, una pistola per ciascuno al posto della daga, e i brocchieri appesi al cinturone; costoro, appena entrati, piantaron gli occhi di sbieco addosso a Rincón e a Cortado, come se si meravigliassero della loro presenza, e ostentando di non conoscerli. Poi, accostandosi ai due, chiesero se appartenevano anche loro alla confraternita. Rincón rispose di sì, ed aggiunse che si tenevano per umili servitori delle signorie loro.

Arrivò finalmente il momento e l’istante in cui venne giù il signor Monipodio, tanto atteso quanto bene accolto da tutta quella virtuosa compagnia. Mostrava di avere tra quaranta e quarantacinque anni, era alto di statura, bruno in viso, con le sopracciglia congiunte e la barba nera e foltissima; gli occhi, infossati. Era in maniche di camicia, e attraverso l’apertura sul petto mostrava una foresta, tanto era il pelo che ci cresceva.
Aveva sulle spalle un mantellone di baietta lungo fin quasi ai piedi, i quali teneva infilati nelle scarpe che si trascinava dietro a mo’ di ciabatte; le gambe le aveva coperte con certi calzoni larghissimi di tela che gli scendevano fino alle caviglie; il cappello era di quelli alla brava, con la cupola a pan di zucchero e la falda piatta; una tracolla gli attraversava le spalle ed il petto, e ne pendeva una spada larga e corta, come quelle che hanno per marca il cagnolino; le mani erano corte e pelose, e le dita grosse, con le unghie piatte e adunche; le gambe non gli si vedevano, ma i piedi erano enormi, tanto eran grossi e pieni di bitorzoli. Insomma, aveva l’aspetto più rozzo e grossolano che si possa vedere al mondo.
La guida dei due amici venne giù con lui; e, prendendoli entrambi per mano, li condusse al cospetto di Monipodio, dicendogli:
— Questi due sono quei bravi ragazzi dei quali ho parlato a vossignoria, sor Monipodio; vossignoria li esamini, e vedrà che son degni di entrare nella nostra congregazione.
— Lo farò ben volentieri,
…rispose Monipodio.
(Cervantes, Rinconete e Cortadillo)

Risponde ad ogni chiamata la linea del degrado al numero da circo giammai occupata giacché ben organizzato dall’alchimia del mago di turno divenuta d’incanto Dominio dell’avvenire d’Ognuno, Nessuno escluso ovviamente da cotal traguardo*….,
[*Ecco a Voi, Signore & Signori i numeri del Circo!
Ecco a Voi giocolieri acrobati e trampolieri danzanti, accompagnati da bestie cavalli & cammelli incrociati con altolocati prestigiosi e mai visti somari: Fiere con il loro e altrui numero preferito: promettiamo ritmi &d evolute contorsioni nonché bestie mai viste né udite; accompagnate da altrettante acrobatiche giostrate artificiose Intelligenze, sospese nel vuoto del numero preferito.
Accorrete popolani & smarriti viandanti, seppur ben nutriti e in facoltà del potere dell’abito di scena, seppur invalidati (non men dell’elefante) muti ciechi e sordi dall’inalata musica del rumoroso progresso, non men che ubriachi di dolore, – & o – molesti molestatori molestati dalla febbre del sabato sera, ponete l’accompagnata promessa alla X preferita della giostrata Compagnia lanciata dalla piattaforma pattuita, deponete l’abdicata Corona, al resto pensiamo noi nel donarvi quanto la Natura dello spettacolo vi ha privato & mai concesso – seppur ammessi alla Fiera del successo – con promessa di non farvi mai più ritorno -, da ogni lato della luminosa Vetrina con il numero da circo promesso!
Il ritmo assicurato nel numero preferito, godetevi lo spettacolo dell’acrobata lanciato dal palco dalla donna cannone!
& solo allorquando il macellaio ‘mani di seta’ reclama la sua Dèa preferita inciampando dall’ammiraglia della prestigiosa corrazzata non ancor del tutto affondata, mentre la bestia serve la platea al numero pattuito acclamata senza prefisso & preavviso danzare nel ventre della balena (il noto ritmo numerato dell’algoritmo), avvisterete nella melma Giona proclamare Diritto di replica prima e dopo l’imbarco previsto dell’ugual medesima… messa in scena.

Il ritmo si fa serio & frenetico mentre il Titanic(o) avvenimento prende il sopravvento: danza anche lui, dalla stiva alla platea, in attesa dell’iceberg (come della Balena) non pattuito seppur gradito, con aggrappato un fiero orso – né visto né udito – per il fossile dell’Ammiraglio, successivamente rivenduto dall’uno all’altro polo assetato di più saggio gasato petrolio prestato dal numero della più prestigiosa Compagnia soprannominata…
Donna Cannone…
L’oracolo del Tempo come della Storia intrattiene la danza nel ventre della bestia domata e non ancor digerita, in attesa incestuosa del clown per l’applauso unanime a scena aperta del populista rivenduto & successivamente accreditato apprendista da Circo acrobatico, o baraccone con promessa di più nobile fiera, per la storica nuova o antica ed altrettanto acrobatica acrobazia del numero preferito!
Ogni artificiosa intelligenza ha il suo Profeta!
Il numero preferito fuori o dentro la gabbia incanta e allieta ogni ‘putto’ credendosi bambino; ovvero ogni Pinocchio in attesa di divenire uomo al canone pattuito: quando s’illumina lo sguardo al ‘numero’ convenuto e prefissato nonché pre-pagato, decolla il profilo da fiera e più nobile Vista (aggiornata) ripescata in un mare d’oceano senza frontiera alcuna, solo qualche pirata fa la sua antica scomparsa & la risata prende il sopravvento: ride di gusto nell’inciampo dell’acrobata saltato in padella nel numero preferito del cerchio di MangiaFuoco in cui – Ognuno Nessuno escluso – dalla Rete d’un più nobile e globale unanime commercio… affogato in una inaspettata risata da Fiera.

L’uomo Elefante ingaggiato dall’ignota Compagnia intrattiene la folla in attesa della propria e altrui Storia, il suo un numero terribile e più che temuto alla Vista d’Ognuno!
Il popolo lo odia e ama in qual-tempo alternato dal fossile antico e senza più tempo di non-ritorno, alla pattuita concordata rata del promosso progresso nella disgiunta Memoria di cosa sia medesima facoltà iscritta per l’abdicata dismessa Storia d’un Giga byte di nano-Secondo, circoscritto & diluito al cortile d’una facoltà ove il numero attende l’acrobatico torna-conto di più pura inviolata decenza.
Ogni Intelligenza ne abbisogna!
L’Uomo Elefante intrattiene la folla, il suo un numero terribile alla vista d’Ognuno Nessuno escluso, lo abbiamo detto & lo ripetiamo dagli isolati eroi di Omero, viene mostrato negli intervalli dei tempi supplementari delle pause concordate della Compagnia del commercio, in attesa del nano, il giudice amico che reclama il numero della bestia con più elevato indice di gradimento alla cas(s)a d’appuntamenti convenuta, il gorilla farà la sua comparsa & allieterà la folla per ogni cespuglio e giardino la cui Vista non più gradita, il nano come il freak d’una diversa avventura transitata…
Anche la genetica è una scienza più che accreditata!

L’Intelligenza s’aggruma sofferta sofferente & ulcerata diligente & in perenne diligenza mentre Viaggia & naviga per future colonie da sbarco fondare il proprio & altrui Impero, posto nella conseguente difficile scelta dell’equilibrista, alla sinistra della tenda, vuol più spazio dalla destra con maggior Vista. Seppure il suo un numero con l’ideale d’una vecchia scrittura da teatro, il camminare o inciampare su ugual filo che scorre all’algo-ritmo convenuto, nasconde e cela il segreto della rete dell’illusionista che appena si intravede nella dottrina dell’antica prospettiva di ugual scena.
Dietro le quinte per medesimo colpo di Scena o di Stato non regna gran differenza!
Discuteranno in seguito senza seguito di medesima Storia al numero concordato per ogni bestia alla statistica della più nota Borsa della Compagnia nella ristretta cerchia d’un circo…
La futura Dèa recita il copione concordato e annunzia cum magno gaudio l’Uomo Elefante il mostro preferito…
Il popolo accorre e accalca con ugual medesima mostruosità il numero preferito…]

RIPRENDIAMO IL NOBILE SENTIERO LA’ OVE ESTASIATI DAL NUMERO DA CIRCO AL BIVIO INCROCIATO DA MONIPODIO E IL SUO NUMERO PREFERITO (ci sia consentito per la dignità dell’intera platea associata al Monopolio di Stato in carriera… non nominarlo, e se per questo, neppure comporlo all’artifizio dell’acrobatica Parabola in perenne conquista…)
…Oltre il confine ove questo circoscritto rispensato e/o innestato (nostro malgrado), dipende molto, infatti, dalla Finestra con Vista e un successivo panorama più o meno degradato con una perenne guerra in corso.
Minaccia e sbatte ogni porta affinché il confine divenga calvario del malcapitato disgraziato, nonché libero campo a mercato aperto per il mastro Monipodio a cui associato. Poi così collaudato e attrezzato, ovvero, fornito dei ferri del mestiere, distribuisce – esonerando – la purga del riposo in nome e per conto del proverbiale e più noto “Sonno della Ragione” con cui ‘equilibrare’ (o ‘squilibrare’ dipende molto da come la stessa osservata) ristabilendo in pieno torto la ragion di stato; e con cui il sano Intelletto ristabilisce e distingue la veglia dal sonno e l’incubo nato.
Ma se la forzata veglia ci dona ancora medesimo quadro circa l’‘esemplare novella’ ivi narrata e l’incubo che al meglio nel peggio la contraddistingue ancora, è bene rinnovarla e ai posteri rimembrarla, affinché il governo dell’Intelletto nella psicologia del dott.re di turno (successivamente inalata qual sulfureo Elemento), sia comprensiva della tortura, che al meglio la giustifica e contraddistingue come una pratica non del tutto dismessa.
(Giuliano)

In questo contesto frastagliato e insidioso nasce e si sviluppa, sulla base di materiali raccolti negli anni 1762-1763 l’argomentazione rigorosa e appassionata delle “Osservazioni”, che nell’intento dell’autore mira soprattutto a coinvolgere nel profondo il pubblico ampio a cui si rivolge, risvegliando la sensibilità opaca dell’uomo comune dinanzi alla pratica crudele della tortura. Non a caso la strategia comunicativa del testo scarta da subito il ricorso dialettico ai ‘sublimi principj di legislazione riserbati alla cognizione di alcuni pochi pensatori profondi’, che semai vengono richiamati solo in seconda battuta, nella parte conclusiva del libro, dove Pietro mette a frutto la riflessione giuridica del ‘Caffè’ sul diritto romano e i suoi interpreti moderni, per proporre il resoconto insieme lucido e commosso di un fatto di cronaca lontano nel tempo e tuttavia sempre presente alla memoria storica dei cittadini attraverso il simbolo terribile della “Colonna Infame”.
Nella lettera del 15 maggio 1776, Alessandro scrive con cognizione di causa:
Bramo che sia abolita la tortura, alla quale ho preso un orrore anche più forte del comune, per aver letti i costituti criminali di tale atto inumano, che fa pietà e ribrezzo; il Senato però difficilmente entrerà in quelle mire, essendo composto d’uomini formati in queste pratiche antiche ed approvate datanti celebri giureconsulti.
La risposta di Pietro, datata 22 maggio, è ancora più eloquente, perché rappresenta la prima, significativa testimonianza del progetto delle “Osservazioni” e del ruolo preciso dell’opera nella fase delicata del confronto tra la volontà riformatrice di Vienna e le posizioni tradizionali del Senato milanese, che per bocca di Gabriele Verri insisteva sulla riconferma del diritto vigente, vale a dire sull’utilità di un uso moderato della tortura per ragioni di ordine pubblico e di salvaguardia dei cittadini.

Gli argomenti del padre a sostegno di quella concezione barbara del diritto che aveva combattuto con vigore già all’epoca dei Delitti provocano la reazione indignata di Pietro, che sente su di sé il peso dell’allusione ironica ai ‘novi humanitatis difensores’ con cui l’estensore della consulta si rivolge sprezzantemente agli avversari.
Quasi replicando d’istinto alla visione fredda e terribile di chi ritiene le sofferenze inflitte dal boia ‘una piccola formalità’, egli confessa al fratello:
Sul proposito della tortura io ho ammassata roba tale da farne un libro dell’orrore. Ho avuto nelle mani l’excerpta del processo della “Colonna Infame”: oh, caro Alessandro, che abominazione! I cannibali non sono tanto atroci come lo erano innocenti que’ molti infelici che perirono fra gli spasimi e le torture. Questa sarebbe l’occasione di trattare un punto di tanto interesse e che è al momento di moda, e unendo una storia provata di quel fatto assai celebre e sconosciuto ad un tempo alla teoria della tortura che ha prodotto la tragedia, io farei un libro che sicuramente scuoterebbe. Ne sono anche invitato; ma, amico, è venuta l’età del giudizio. Per poco fumo di piccola fama io non mi voglio inimicare il Senato; l’opinione favorevole di esso che si travide fu cagione che nostro padre si sia piegato a un accomodamento con me. Da un giorno all’altro posso aver bisogno di questi signori o contro lo zio o contro la madre e non attaccherò briga certamente col pane.
La rinuncia pragmatica alla stampa da parte dell’autore, i dubbi e le cautele che accompagnano fin dall’inizio la storia interna del libro non bastano tuttavia a incrinare l’energia appassionata che anima le pagine contro la tortura, ad attenuare la difesa commossa delle vittime e lo spettacolo terribile dei tormenti che si spalanca dinanzi agli occhi del lettore. Senza contare che dal testo delle “Osservazioni” la forza ricorrente e a tratti ossessiva di certe immagini si irradia in altre opere in apparenza distanti dello stesso periodo, come il “Discorso sulla Felicità” e il “Discorso sull’indole del piacere e del dolore”, in quel momento al centro di un lavoro complesso di riscrittura, contaminandone lo spazio dialogico come sotto la spinta di un’incoercibile forza di attrazione che sta quasi a indicare il ritorno del rimosso.

La storia della “Colonna Infame” aveva già fatto la sua comparsa nelle Considerazioni sul commercio dello Stato di Milano, completate nel 1763, e quindi nelle successive Memorie sulla Economia pubblica dello Stato di Milano, concluse nel 1768, ma dopo la lettura degli atti del processo del 1630 avuta da Grassini, segretario dell’Ufficio di Sanità, l’insieme dei fatti desunto dal “De peste” di Ripamonti diviene la scena aperta di una nobilissima tragedia, un vero e proprio dramma della giustizia nel quale i fantasmi dei condannati recitano per così dire la farsa grottesca della loro condanna, e la voce della ragione illuminata, che interviene a spiegare e a mettere ordine nel guazzabuglio delle invenzioni e delle trame inquisitoriali, sembra a volte soccombere sotto il peso eccessivo della pietà.
Alle pazzie e ai deliri dell’immaginazione dei giudici, che incarnano la logica dell’arbitrario, e al martirio soffocato delle vittime, che sperimentano sulla loro carne l’ammasso crudele di miserie prodotto dalle funeste passioni di que’ tempi infelici, corrispondono così, in un tragico teorema della sofferenza, l’orrore, il raccapriccio, il ribrezzo dello scrittore, che si trova a dover testimoniare la nascita e lo sviluppo mostruoso dei romanzi forzatamente creati colla Tortura.
A conti fatti, ciò che separa la prospettiva distaccata del Senato milanese dalla visione intimamente partecipe degli illuministi come Pietro e Alessandro è proprio il senso profondo della compassione intesa come riconoscimento del legame fisico, immediato e imprescindibile, che unisce l’uomo all’uomo. Rivelata dalla reazione istintiva del corpo che si oppone con forza allo spettacolo della sofferenza, la compassione rappresenta nel secolo dei Lumi la voce stessa della natura che reclama una giustizia umana fondata sulla prevenzione e non sulla vendetta, sulla dolcezza delle pene e sul rifiuto della pena di morte.

Nel paragrafo VII del “Discorso sulla Felicità”, dedicato ai ‘movimenti del cuore’, lo stesso Verri scrive: Secondo la definizione che ne dà Alessandro nella lettera già ricordata del 19 aprile 1777:
Le grida del dolore d’un animale svegliano la sensibilità di altri animali della specie medesima, e si vedono penosi accorrere e inquieti attrupparsegli d’intorno. Questa legge non è comune a tutti i viventi, ma soltanto a molte specie, e quella dell’uomo vi si comprende. Indipendentemente dalla ragione, sembra quasi per istinto che l’uomo alla vista d’un altro uomo che sia addolorato patisca, e da questo patire come per simpatia ne deriva la voce compassione. I bambini fanno ridendo delle azioni crudeli e sono insensibili talvolta ai mali altrui, perché non hanno idea di quello che soffre l’oggetto che hanno presente, ma l’uomo comune ancora soffre nel vedere soffrire un suo simile, e, a meno che non si sia con replicati atti costantemente incallito alla vista dei mali, le fibbre di un intimo fremito lo portano anche macchinalmente a desiderare il fine del male altrui. Pochi uomini reggeranno a starsene la prima volta col giudice criminale che fa dai sgherri slogare le ossa a un infelice colla tortura, ovvero col litotomo che taglia l’uomo vivo per estrarre la pietra; e ascoltando l’agitazione interna l’uomo non incallito farà cessare lo spasimo altrui se lo può, o almeno si allontanerà colla fuga dall’atroce spettacolo’.

Se gli uomini non nascono compassionevoli, ma lo diventano attraverso l’educazione alla sensibilità, allora le forme di governo e le leggi hanno il compito primario di creare i cittadini illuminati, eliminando alla radice la sofferenza che l’uomo causa al proprio simile. È qui, probabilmente, che le argomentazioni idi Helvétius incontrano quelle di Montesquieu, e ha origine un dibattito che coinvolge nel profondo il pensiero del ‘Caffè’ riproposto nelle “Osservazioni”, come mostra fra l’altro il commento rivelatorio sull’‘assassinio legale’ in cui Pietro riassume, in una delle postille, l’intera vicenda del “processo agli untori”.
Del resto, non solo le pagine delle ‘Osservazioni’ più vicine all’assunto manzoniano, ma soprattutto le postille autografe disseminate nel manoscritto del processo registrano, accanto all’immaginario collettivo di feroci deliri in cui si esprime la voce unanime di un secolo immerso nelle tenebre della superstizione, segnali contraddittori che potevano far sperare in un’altra conclusione del processo, come il baleno di buon senso subito spento degli inquisitori o altri effimeri momenti di ragione che emergono come luci improvvise dallo sfondo di oscurità, lasciando alla fine un senso più cupo di disperazione.

Come riassumerà Manzoni dal suo punto di vista interiore e trascendente, che non esclude la riflessione sul pensiero giuridico in quello che è stato definito il ‘tournant des Lumières’, la crisi delle grandi utopie settecentesche:
Se, in un complesso di fatti atroci dell’uomo contro l’uomo, crediam di vedere un effetto de’ tempi e delle circostanze, proviamo, insieme con l’orrore e con la compassion medesima, uno scoraggiamento, una specie di disperazione. Ci par divedere la natura umana spinta invincibilmente al male da cagioni indipendenti dal suo arbitrio, e come legata in un sogno perverso e affannoso, da cui non ha mezzo di riscotersi, di cui non può nemmeno accorgersi. Ci pare irragionevole l’indignazione che nasce in noi spontanea contro gli autori di que’ fatti, e che pur nello stesso tempo ci par nobile e santa: rimane l’orrore, e scompare la colpa; e cercando un colpevole contro cui sdegnarsi a ragione, il pensiero si trova con raccapriccio condotto a esitare tra due bestemmie, che son due deliri: negar la Provvidenza, o accusarla. Ma quando, nel guardar più attentamente a que’ fatti, ci si scopre un’ingiustizia che poteva esser veduta da quelli stessi che la commettevano, un trasgredir le regole ammesse anche da loro, dell’azioni opposte ai lumi che non solo c’erano al tempo, ma che essi medesimi, in circostanze simili, mostraron d’avere, è un sollievo pensare che, se non seppero quello che facevano, fu per non volerlo sapere, fu per quell’ignoranza che l’uomo assume e perde a suo piacere, e non è una scusa, ma una colpa; e che di tali fatti si può bensì essere forzatamente vittime, ma non autori.
(S. Contarini, Introduzione al Verri)

Ma altresì, ciarlano ancora, necessaria affinché venga ‘confessato’ quanto mai arrecato e per sempre ricevuto come il peggior danno, ristabilendo in tal modo l’ordine divino dell’Intelletto nell’armonia con cui ogni malcapitato può ricongiungersi al divino Dionisio e perBacco ogni sogno spiritualmente offuscato e più confuso quasi annebbiato. Inversamente procedendo dall’ordine verso il disordine assolutistico da cui deriva l’abuso Sovrano della tirannia sino ad una dipendenza assolutistica, non meno dello spirito consumato e distribuito ai gradi della progressiva fermentazione ottenuta, da buone botti può derivare, infatti e successivamente in abuso di ragionevole dubbio, oltre che della fedele moglie ubriaca circa la fedeltà detta, anche dell’infedele popolo sempre assetato, giacché l’acqua scarseggia qual Elemento da cui nata una diversa e più sobria dottrina.
Il Tiranno!
Colui cioè, qual segreto adoratore di Dionisio, e abusando del prezioso suo e nostro sangue fermentato conservato in preziose e altrettanto segrete giare di cantine cura la Ragione d’Ognuno procedendo spiritualmente alterato – nonché irato – verso la pratica della nota ‘cura’ – in nome e per conto del Dominio, il quale per sua natura non avendo perso il fascino si dice che vada Aruba, con la complicità – ci pare superfluo a lorsignori ricordare -, del subappaltato apporto – sufficiente e necessario – di Rinconete e Cortadillo.
Ovvero, il bene del paese comprensivo della nota botte, conservato distillato – nonché a gradi distribuito – della celata cella o lussuosa cantina con Vista, ove sua moglie sovrana. Nessuno ovviamente escluso in quanto sempre in Viaggio o in perpetuo esilio per altre e diverse più sobrie isole e non solo pedonali e/o a traffico limitato.

Bensì segreti e più felici e naturali Sentieri che dalla collina con vigna si elevano fino ad un antico Olimpo – ancor oggi sino a un più ubriaco domani – braccato nei Torrenti Fiumi Ghiacciai scandito da vertiginose ed altrettante Grotte con una diversa vista posata su cotal annebbiato panorama. E di conseguenza – possano ancora aver ragione nell’esercizio fraudolento del ‘dominio’ della libera violenza esposta ai vari gradi d’un muro con cui proteggono ogni vizio seminato e consumato, ‘spiritualmente’ avverso al Libero Arbitrio perseguitato a tutto vantaggio di Monipodio e chi a costui associato.
La libera ‘docenza’ la quale parente stretta della ‘decenza’ e di cui la ‘deficienza’ necessaria per ogni pratica là ove difetta: ‘docenza e decenza’ in eccesso di progressiva idiozia evolutiva dalla ‘deficienza assoluta’, la quale assumendo non più un ruolo marginale (in quanto lo stato deve assumerla in piccole modeste dosi o con dipendenza assolutistica), ‘sconfina’ con ampia e maggior Vista dall’intelligenza alla progressiva idiozia, data dalla ‘summa’ dei coefficienti e supporti indispensabili nonché ‘alchemico-artificiosi’, con ugual fine, di cui il Cervantes ci documenta circa l’elevato ed ‘esemplare’ grado evolutivo raggiunto da ugual summa data fra ‘docenza’ ‘decenza’ e deficienza assoluta!
Ovvero, dispensare e rivendere su medesimo vivere donato in origine da Madre Natura (la Grande Madre di Giuliano divenuta futura Madonna, tralasciando in questa sede ogni regale e/o apostolica profetica Lettera in merito ad ugual medesimo argomento circa l’insegnamento) nel pensare ed agire in conformità del Libero Arbitrio non meno l’istinto, e come nell’evoluzione da cui la Libera Natura d’Ognuno si espone nel Diritto di esistere ed ugualmente appartenere (lo abbiamo letto poche righe sopra circa il Verri in conformità al regno animale e le con-cause di cui ogni Essere in confronto alla gratuita violenza nei vari ‘gradi’ ricevuta e di cui l’animale – in ultima analisi – difetta nel genere e gusto e di cui ancora dall’humano si differenzia più nobile di come il Verri e/o Plutarco ci ricorda…), esteso dalla pietra all’albero maestro e successivamente da questo alla scimmia più o meno evoluta ed hora nell’arte ed esercizio della presunta intelligenza, assume successivamente toni e profili da mercato (non sappiamo quanto il tempio all’origine abbia influito), ed in cui il mercato medesimo giustifica e dispensa ogni sorta di abominio in sragion di stato, fondando il suo tempio (dacché per quanto si dica viene pregato con una sua dottrina nominata globale economia di stato libero e liberale, di cui Monopodio maestro assoluto nonché compartecipato nei vari azionariati S.N.C. S.P.A. e via dicendo…)

…eretto sulla base d’una più nota equazione triangolare data e conferita da una piramide di cui mirabile ineguagliato risultato (da cui fors’anche Pitagora il filosofo ispirò e si ispirò), conservando e detenendo il ‘diritto’ non men della ‘legge’, d’interpretarli per poi manipolarli – e successivamente – ridistribuirli secondo la borsa d’Ognuno, Nessuno escluso ovviamente (codice a barre incluso).
Piatagora ed Euclide furon come, il medesimo meco scrivente scrivano, perseguitati per ovvie sragion dai vari stati ispirati da una diversa dottrina e principio; infatti, applicando ugual equazione si ottiene la ‘summa’ d’una diversa arte filosofica dove il Filosofo* medesimo pensante e poi scrivente…
(*…per questo motivo il ‘pensare’ seppur esposto ed offerto alla Vista d’Ognuno qual bene pensante e ad una rete connesso per simmetrico libero mercato, nelle condizioni del nuovo ed antico mercato un bene del tutto superfluo e sostituito da ‘consumare’ senza pensiero alcuno, o anche ed ancor meglio, ‘desiderare’ di ‘consumare’ con l’esercizio virtuale del ‘libero pensare’ come il ‘pensare di consumare’, essendo in verità e per il vero consumati e non più liberi consumatori.
Ovvero, là ove la rete trae e deduce i suoi geometrici algoritmi conformi all’esercizio dell’atto ‘edificato’ e cogitato abdicato ad una sempre più evoluta macchina pensante dispensata dal meccanicismo con cui ideata e non dissimile dalle ereditate funzioni dell’egregio dott. ingegnere che l’ha pur pensata – quindi progettata – per medesimo fine confacente al potere, quindi ed ancora, all’assoggettamento del cogitante Libero Arbitrio posto nell’Intelletto d’ognuno, Nessuno escluso ovviamente!

La macchina, infatti, se usata nelle varie sue ‘applicazioni’ in grado, oltre che controllare siffatta nobile antica arte che ci distingue dalla pietra, anche ed in grado di perseguitare, svolgere riavvolgere annodare il pensiero, prevedendolo se non addirittura vivisezionando e torturando il soggetto pensante, riducendolo alle condizioni dei malcapitati eretici i quali, è bene ricordare, in maniera graduale e violenta perdevano l’esercizio oltre che della Ragione anche di Arti a sfavore di Ragione ed Intelletto, oltre che nel procedere e camminare rettamente, anche dei mestieri che al meglio caratterizzano e differenziano l’uomo dalla presunta bestia tracciando pittogrammi di sana Memoria vilipesa.
Ovvero ed ancora, testimoniando ai posteri passi e tratti d’un più evoluto procedere da una antica grotta sino ad una più nobile biblioteca, assoggettato alla pratica della tortura e regredendo zoppi storpi e a schiena curva verso un più naturale riparo in seno a Madre Natura, la quale per sua antica saggezza mai in grado di torturare ma solo dispensare, oltre ogni suo prezioso frutto in seno a medesima esistenza, anche il benefico sollievo da cui l’Intelletto humano così degradato trae principio e Pensiero.
Taluni Filosofi, infatti, oracolmente e giammai scrutando in umane o simmetriche viscere viventi di morte bestie la consideravano e ancora considerano ed elevano al di sopra dell’humano, ovvero Geni di cui l’ispirata cura di Madre Natura deriva ogni loro indole nell’offrirci l’immensa silente propria Saggezza!

Da ciò deriva distinzione tra l’uomo e il progresso ed il conseguente conflitto inerente al Genio ed ogni manifestazione del dèmone che più o meno gli appartiene, nella differenza posta per una diversa dottrina abdicata ad un deficiente di cui si presume lo stesso (deficiente) divenirne demone e agente del male assoluto o assolutistico, confondendo non solo il mito e la sacralità da cui deriva il senso unanime dell’intera sua esistenza, esposta al ‘dominio’ della piccola grotta senza più Vista ove dimora la propria ed altrui deficienza base della piramide poco sopra detta; ma altresì anche il Genio di cui non solo la Natura ed ogni Selva ne ricolma e riluce alla deriva ed in balia della idiozia spacciata per intelligenza.
Se solo l’idiota conoscesse i principi della sua ed altrui esistenza ne avrebbe maggior cura!
Per cui quando i vari strazi e patimenti degli Eretici furono scorti e rimembrati in tutto il loro orrore dal Verri come dal Beccaria non men del Manzoni, confiscando oltre l’arbitrio con l’esercizio della violenza e pretendendo da cotal esercizio e futura app. al presunto reo destinata con un numero che lo contraddistingue per il merito di una successiva confessione di cui la celata colpa degli interroganti ben celata alla Storia con pochi ed odierni gigabyte di Memoria; ne deduciamo la stessa immobile e ferma anche se dicono iper-connessa, su medesime pratiche e inumane torture arrecate oltre all’uomo o eretico che sia, anche all’intero Dèmone o Dio di questa ed ogni terra a cui, in verità e per il vero, appartiene la nostra e non più sua natura.

E se questi non si sottomette, la tortura come la macchina da essa derivata ed hora applicata e dalla parabola distribuita, di cui sia Rinconete e Cortadillo non si esentano nell’improprio utilizzo a tempo continuato, giacché se sprovvisti non potrebbero trarne giusto profitto più o meno come un’arma impropria d’attacco offesa e calunnia; pone le medesime conseguenze con molta più raffinata sottigliezza ma sicuramente indubbia e più atroce violenza, quasi invisibile nell’opera svolta.
Rinconetto e Cortadillo, infatti, se osservati nelle loro nuove acrobazie digitalizzate, convengono a medesimi fini, Monipodio sollecita tal pratica e controllo l’opera. L’Eretico soggetto pensante viene così perseguitato non più dalla società con cui un tempo lavorava qual onesta persona cogitante tracciando una prima Storia della ‘medesima’ riflessa nel concetto di ‘onestà’ morale e intellettuale sottratte al proprio ideale – e per come nate -, divenute parodia di se medesime. Successivamente ed ovviamente, controllato dalle stesse veicolate e regredite in una dubbia distorta alterata forma nel fraudolento continuato abuso ed esercizio, qual finale truce ‘infame’ destino d’ogni Eretico calunniato dal popolo intero.

Quindi per ovvi motivi per ciò di cui è ‘stato’ e mai più lo ‘stato’ di Diritto potrà ancora eccetto che opporre la falsità con cui la propria ed altrui moneta coniata in medesima Storia vera seppur falsa, viene posta al Libero Mercato, e con cui confonderne ogni Memoria naufragata in atti e processi del tutto infondati, per poi schedare e vigilare a tempo indeterminato con sconosciuti ‘legittimi’ (prassi ancor più orribile della tortura) dossier i quali ne permettono – compromettendolo – il fraudolento esercizio del Diritto medesimo culminare nel Processo ai posteri donato (così come leggeremo nei brevi Frammenti e come fu per l’omonimo Giuliano), privandolo del lavoro dell’onestà e decoro non men della dignità offesa calunniata e vilipesa, – anche di filosofico scrivano – e non più al servizio di stato, di cui narra e conia più veritiera memoria censurata dall’oblio della Storia medesima.
Come negli antichi secoli che rimembriamo, il legittimo continuato ausilio della calunnia e conseguente esercizio dell’invisibile tortura di stato iper-organizzato abdicato alla linea di pensiero di Monipodio al servizio d’ogni tirannia culturale la quale pretende di legittimare la Storia. Infatti il Monipodio essendo omonimo di libero mercato edificato dalle ceneri di un antico tempio pagano, si attiene alla ‘rubrica’ o ‘vademecum’ dei resoconti…, ovvero, dei compiti che deve svolgere simmetrici e compatibili alla macchina applicativa in uso dell’algoritmo con la quale un soggetto – non più in essere ed in esercizio della Ragione di cui cosciente e più o meno pensante -, tenta di rimodulare l’intero svolgimento e sequenza storica.

Il suo ed altrui micro o macro cortocircuito culturale quando innestato asserve su comando cotal principio applicativo. Innestando nell’ordine e fondando il disordine assolutistico dell’Essere non più cogitante e cosciente si di se medesimo. Ugual indispensabile apporto di cui il delatore e i vari partecipanti al dramma a cielo aperto divenuto farsa di ogni Eretico perseguitato e deriso da Ognuno, Nessuno escluso ovviamente, demandano al dottore di legge come dello Spirito in cotal modus-operandi esorcizzato dal demone che lo divora al fine della conseguente ed antica pratica della tortura, ed hora divenuta con globale app. algoritmica.
I personaggi che nell’ordine appaiono e scompaiono quali comparse della farsa divenuta tragedia, sorprendentemente identici a se medesimi di una secolare trascorsa precedente esistenza in-scenata, di cui il Manzoni – come molti altri – si vergognarono di appartenere ad una platea da fiera che assiste e a comando batte le mani per ogni scempio compiuto e da compiersi ancora, specchio e riflesso della cultura d’un tempo giammai trapassato. Quasi potremmo dire, incarnano ancora ogni pregiudizio dinanzi all’intelligenza là ove compie la sua ed altrui opera in medesimo Teatro paradossalmente in compagnia d’una più nobile Fiera e il suo genio, e qui rinnovato in ulteriori – Atti in Giudizio – di cui lo scrivente vittima di medesimo pregiudizio da cui ugualmente derivato: odio confino tortura povertà e molto altra ancora!
Senza ugual medesima Intelligenza di cui il popolo abusa e difetta nel dispensare distribuire e comandare, calunnia infamia e tortura, qual antica arma offensiva più sciatta e comune come un coltello da cucina con cui la ‘fiera’ uccisa squartata ed esposta al rogo del popolo con la benedizione del libero mercato che ne stimola le antiche gesta al fuoco della superstizione algoritmica, la quale mima ugual funzione controllando l’altrui agire, finché al principio della fine penserà solo la macchina pensante senza pensiero alcuno, ed il popolo ne sarà orgoglioso e felice per ogni Giostra e più nobile fiera di questo ed ogni paese osservando le gesta del…*
[*Giuliano, Testi & Immagini con il contributo di Siberia…]
