
BREVE PREMESSA (CON AUTOCRITICA)
L’Italia non è un paese povero d’acqua. Il Regno Unito, paese notoriamente acquoso, ne riceve la stessa quantità dal cielo: tra i duecentocinquanta e i trecento miliardi di metri cubi annui. La differenza tra i due non sta nella quantità assoluta di acqua che cade sul territorio, ma nel modo in cui attraversa il paesaggio e nell’intensità idrica delle rispettive economie.
Nel suo fluire attraverso il paesaggio, l’acqua sostiene ecosistemi, produzione e comunità, connettendo il tutto in un sistema inseparabile che impone costanti compromessi. L’intersezione di tutti questi temi è forte. Regolarne uno significa regolarli tutti. Quando nel 2000 l’Unione Europea ha deciso di intervenire sulla gestione idrica dei paesi membri, invece di imbarcarsi in una regolamentazione volumetrica dell’uso da parte di attività produttive e agricoltura, cosa che avrebbe sicuramente incontrato la resistenza dei paesi più aridi, ha promulgato una direttiva quadro che regola il buono stato naturale di fiumi e laghi.
L’effetto è lo stesso, poiché imporre dei vincoli alla qualità dei fiumi in senso ambientale equivale a regolamentare l’uso economico.
Quindi si torna al tema della tutela della biodiversità e degli ecosistemi perché, per quanto riguarda l’acqua, tale mandato può avere conseguenze enormi sul nostro rapporto economico e sociale con essa. La storia di come siamo arrivati a preoccuparci di biodiversità ed ecosistemi, quindi, importa. I primi interventi per limitare gli impatti sulla natura miravano a proteggere i paesaggi celebrati da John Ruskin, Aldo Leopold e Theodore Roosevelt tra il tardo Ottocento e i primi anni del Novecento. Era la protezione di un’estetica rurale, non una teoria sociale o scientifica della sostenibilità. È stato solo dopo la Seconda guerra mondiale che l’accelerazione nel monitoraggio dell’ambiente, il ruolo della scienza nella gestione delle risorse e la crescita di discipline come l’ecologia e la meteorologia hanno portato le scienze ambientali ad assumere una maggiore autorità politica.

La convergenza tra l’estetica del passato e la supremazia degli strumenti scientifici fu interpretata negli anni Sessanta da Rachel Carson, autrice di Primavera silenziosa, il testo fondativo di denuncia contro l’inquinamento industriale e uno dei momenti più importanti nella genesi dell’ambientalismo moderno. Negli anni Settanta, poi, l’ambientalismo si spinse ben oltre la denuncia dell’illecito, per diventare critica politica della modernità. Dal Club di Roma alla nascita del marxismo ecologico – un’invenzione occidentale che oggi ha trovato casa nel Partito comunista cinese –, la scienza cominciò ad assumere un valore normativo a livello mondiale.
Nel frattempo, la crisi energetica di quegli anni aveva accelerato la deindustrializzazione dell’Occidente, spostando la produzione verso la Cina di Deng Xiaoping. Ai paesi più ricchi non restava che definirsi profeti di un nuovo modello di sviluppo, compatibile con la loro sensibilità ambientale. Le istituzioni internazionali, dalla Banca mondiale all’ONU, divennero il veicolo per un nuovo modello di sviluppo, alternativo a quello pesantemente industriale dei tradizionali piani quinquennali sovietici. E così, nel 1972, la Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente umano fondò il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP), sotto la guida del canadese Maurice Strong.

Quindici anni dopo, più o meno ai tempi del protocollo di Montreal sull’ozono, la commissione presieduta dalla ex premier norvegese Gro Harlem Brundtland codificava l’idea di sviluppo sostenibile, un manifesto che metteva al centro della crescita economica – strumento principe di emancipazione sociale e politica del XX secolo – la definizione scientifica del pianeta come casa comune.
È stato in quegli anni che la concezione moderna dell’importanza della biodiversità si è cristallizzata. L’idea dell’ambiente come tema globale ha poi ricevuto la sua consacrazione dopo la caduta dell’Unione Sovietica, quando, nel 1992, il Summit della Terra delle Nazioni Unite a Rio de Janeiro ha prodotto le due Convenzioni quadro – quella sui cambiamenti climatici e quella sulla diversità biologica e gli accordi per combattere la desertificazione – che hanno posto la scienza a fondamento della pianificazione ambientale e la cooperazione internazionale come il suo principale quadro attuativo.

Con la riforma dell’art. 9, entrano nella Costituzione italiana termini il cui uso comune non corrisponde necessariamente alla miriade di definizioni tecniche: la ‘biodiversità’ è una gerarchia di definizioni che poco si adatta a una gestione manageriale basata su obiettivi globali, e l’efficacia delle azioni volte a ottenerla è difficile da valutare. La convenzione definisce la biodiversità in maniera generica come la variabilità genetica e fenotipica degli organismi viventi, che si manifesta sia tra le specie sia tra individui della stessa specie. Da allora, la Conferenza delle Parti dei paesi contraenti la convenzione si è trovata a discutere, senza mai veramente convergere, su come misurarla e proteggerla in pratica. I risultati sono stati pochi e i successi limitati, come del resto è evidente dall’allarmante estinzione in atto su scala globale.
L’acqua rappresenta una frontiera fondamentale in tutto questo. Molti sistemi acquatici sono mal monitorati, ed è quindi difficile disporre di un quadro preciso della situazione. Sappiamo che i bacini e i fiumi rappresentano una quota enorme delle specie animali del pianeta: meno dell’1 per cento della superficie è coperto da acque dolci, nelle quali però vive circa il 10 per cento delle specie presenti sulla Terra, inclusi un terzo dei vertebrati e la metà delle specie di pesci.
Dai pochi dati disponibili, la situazione appare drammatica.

Negli ultimi quarant’anni, noi esseri umani siamo triplicati. Nello stesso periodo, il numero di pesci, anfibi, uccelli legati a fiumi, laghi, paludi è crollato dell’80 per cento.
Un’ecatombe.
Quindi, nonostante l’universalità del dettato costituzionale, la situazione dei corsi d’acqua illustra come la gestione della biodiversità sia una questione di scelte difficili e misure complesse, non di protezioni assolute. La transizione dalla tutela del paesaggio a quella della biodiversità e degli ecosistemi sembra una formulazione più precisa del principio costituzionale.
In realtà, lo rende molto più vago, poiché affida la definizione di ciò che si tutela a una serie di discipline e misure che a oggi non sono state in grado di produrre formule operative univoche né di proteggere ciò che hanno identificato. Costituzionalizzando queste definizioni, l’Italia ha perseguito un intento onorevole, ma, in assenza di una sintesi politica, rischia di aver delegato alle corti il futuro del proprio territorio.
L’idea di tutela dipende dal potere normativo dello Stato, che esercita la propria sovranità sul territorio, anche attraverso la forza. Dopotutto, l’origine latina della parola ‘territorio’ non è solo il sostantivo terra, ma anche il verbo ‘terrere’, ‘terrorizzare’. Fino a poco tempo fa, la distinzione poteva sembrare una questione semantica, ma le cose sono cambiate. La conflagrazione della guerra in Ucraina rappresenta una svolta per l’ambientalismo.

Il fatto che la Russia, un membro permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, l’organo preposto a garantire la sicurezza degli obiettivi statutari, abbia deciso di ignorare la sovranità dell’Ucraina, uno Stato membro dell’ONU, e invaderla militarmente, occupando parte del suo territorio, ha ulteriormente indebolito la forza morale del consesso multilaterale sulla base del quale si fondano molti trattati internazionali, inclusi quelli ambientali. La conservazione dipende dal potere dello Stato; e ora, di quale Stato si tratti, importa.
L’ambientalismo occidentale appare impreparato ad affrontare questo contesto geopolitico profondamente mutato. Si trova a dover sostenere la difesa di un ordine internazionale che per anni è stato oggetto delle sue proteste. Sostenere una superiorità morale nella protezione assoluta della natura, senza curarsi della natura politica dei singoli Stati coinvolti in quella protezione, è un’ambiguità possibile in tempi di calma relativa.
Ma quando la crudeltà umana decide di affilare i bordi morali della realtà, coloro che vivono nella penombra etica faticheranno a giustificare la propria posizione. L’agenda ambientale globale non può più permettersi di ignorare la natura del potere politico ed economico che la sostiene. Un impegno per il diritto all’emancipazione politica e all’autodeterminazione deve essere un principio fondamentale dell’azione ambientale.

La sintesi politica auspicata dalla costituzionalizzazione dell’ambiente è ancora lontana. A metà settembre del 2022, nella Svezia della giovane attivista ambientale Greta Thunberg, i partiti di centro-sinistra, che si erano dichiarati ecologisti e avevano retto il governo fino all’estate, non sono riusciti a conservare la maggioranza. Dopo lunghi negoziati, il governo è finito in mano a una coalizione di destra che include, oltre ai Democratici Svedesi, nazionalisti e populisti. In Svezia i partiti di sinistra sono storicamente dominanti nelle città e tra gli universitari, e parlano il linguaggio dei consessi internazionali.
Quelli di destra parlano meno di ambiente e usano termini più funzionali a descrivere, invece, sicurezza e controllo. Hanno prevalso tra le comunità rurali, per le quali la natura del territorio non è un’astrazione globale, bensì una quotidianità locale.
Qualcosa di simile è successo in Italia.
Dopo la disastrosa siccità del 2022 e con prevedibili catastrofi alluvionali al seguito, ci si sarebbe potuti aspettare un elettorato molto sensibile ai temi ambientali. Per esempio, Senigallia, il comune marchigiano duramente colpito dalle alluvioni nell’autunno del 2022, era minacciata dal fiume Misa sin dal 2014. Ma questo non ha portato a prediligere programmi politici sensibili all’ambiente nelle elezioni di quell’autunno.
Le difficoltà di movimenti politici che mettono l’ecologia e l’emergenza del pianeta al centro dei loro valori non sono dovute al fatto che gli elettori non hanno capito. Basta ascoltare le grida degli agricoltori assediati dalla siccità, o quelle degli inondati che si scoprono impotenti di fronte a un fiume che sfugge al controllo umano, per capire che sul territorio la relazione con l’ambiente è sempre una questione decisiva per coloro che la vivono.
Il problema non è la distrazione degli elettori.
È la qualità dell’offerta politica.

L’enfasi sul valore normativo della scienza, dominante nei consessi internazionali, ha prodotto una narrazione escatologica, che non concepisce la possibilità che scelte contrastanti possano essere legittime. Ci si affida all’urgenza come solo propulsore di qualsiasi soluzione. Ma è del tutto evidente che la definizione scientifica di un problema, per quanto urgente e accurata, non aiuta da sola a stabilire come spendere i soldi, chi debba fare sacrifici e, soprattutto, chi debba decidere.
Il mantello scientifico di cui l’ambientalismo moderno si veste finisce con il nascondere la natura fortemente politica delle sue soluzioni, e inibisce un dibattito onesto sulle migliaia di implicazioni più o meno locali che ne discendono. Basare una piattaforma politica sull’urgenza di un problema globale ha fatto emergere un modo di intendere il rapporto tra la società e l’ambiente in cui è la scienza a guidare l’agire politico: un approccio gestionale alla sostenibilità che lascia poco spazio alla politica vera, quella discussa tra e con i cittadini, e che parla della loro casa.
La sfida dell’Italia non è la tutela del paesaggio da un’espansione industriale o dai danni di singole attività economiche, per quanto ancora presenti. Non sarà possibile vincolare totalmente lo sviluppo del paesaggio, poiché esso si renderà necessario e inevitabile a fronte dei cambiamenti cui l’ambiente andrà incontro, con conseguenze sulla distribuzione dell’acqua e sulla natura stessa degli ecosistemi. Questo imporrà scelte complesse: un’ecologia necessariamente costruita, in cui interessi economici, sociali, ecologici e culturali dovranno essere attentamente bilanciati.
La domanda è quale tipo di sviluppo scegliere.

L’ambientalismo è una riserva di energia politica importante, come dimostra il fervore che provoca tra i più giovani. Ma, spesso, i fronti che ne hanno abbracciato la retorica non hanno dato prova di progressismo, bensì di conservatorismo. Hanno avanzato una teoria della società dove giustizia, progresso, libertà, equità e il diritto alla realizzazione della persona sono semplicemente subordinati alla tutela di un ambiente astratto, nel convincimento – tutto da dimostrare – che quest’ultima, la tutela, porti necessariamente a una loro sintesi. Gli elettori non li hanno premiati. Una gestione dell’ambiente che favorisca il progresso deve essere altro. Deve partire da un’idea di crescita sociale ed economica che permetta l’emancipazione degli individui e il ‘pieno sviluppo della persona umana’ (art. 3 della Costituzione), promessa ancora inattuata per molti nella nostra società. Deve preoccuparsi della forma e qualità delle istituzioni politiche preposte a prendere decisioni sul territorio, e, soprattutto, che la loro legittimità non sia tanto subordinata alla scienza, quanto informata da essa.
L’ambiente del nostro paese sarà trasformato in maniera sostanziale a causa dell’acqua: il cambiamento climatico lo rende inevitabile. La riforma costituzionale, approvata a larga maggioranza, non ha chiarito cosa l’Italia intenda per biodiversità o ecosistemi. L’ambientalismo dovrebbe ripartire da un umanesimo contemporaneo, abbandonando idee di sovranità naturale che hanno attraversato l’ecologismo più radicale. Deve avere il coraggio di descrivere il futuro fisico del paese, la trasformazione del territorio dal quale dipendiamo per tutto: energia, cibo, sicurezza idrica, cultura. Una proposta di progresso può e deve partire da lì.

Secondo l’art. 117 riformato, lo Stato è responsabile per la ‘tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali’. L’ambiente è inteso qui come valore costituzionale da proteggere, come biosfera (come specificato ulteriormente con la riforma dell’art. 9), non come piattaforma funzionale allo sviluppo economico e sociale. Se lo Stato tutela l’ambiente, poi, tra le materie di ‘legislazione concorrente’, vale a dire materie che sono responsabilità dello Stato per quanto riguarda i princìpi, ma delle regioni per quanto riguarda i dettagli legislativi, troviamo il ‘governo del territorio’ e la ‘valorizzazione dei beni culturali e ambientali’. Il problema è che, mentre in astratto questa distinzione può sembrare sensata, tra ‘ambiente’, come valore da tutelare, e ‘territorio funzionale da gestire’ non è poi così netta.
Se però, in un clima che cambia rapidamente, si affrontano la pianificazione economica e gli investimenti industriali senza preoccuparsi di ciò che deve poi fare l’acqua per assecondare i nostri desideri, è quasi impossibile arrivare a una soluzione ottimale.
In un mondo che cambia rapidamente non possiamo aspettarci di mantenere invariate le nostre abitudini, le nostre scelte economiche, le nostre produzioni, e sperare che l’onere di far quadrare il cerchio ricada esclusivamente su soluzioni idrauliche. Seguiremmo una strada sempre più costosa e disperata nel tentativo di fissare ciò che cambia. Il punto di partenza per cercare una soluzione deve essere, invece, una discussione partecipata su cosa vogliamo che sia il nostro futuro nel territorio. Deve essere un processo iterativo, nel quale dobbiamo misurarci con una lista pressoché infinita di possibili permutazioni di idee individuali, interessi di parte e aspettative collettive, e che ci permetta di dare prova di maturità politica.
(G. Boccaletti)
DATI DI FATTO
Lo stato di severità idrica a scala nazionale qui riportato è ottenuto sulla base delle risultanze delle riunioni degli Osservatori distrettuali permanenti per gli utilizzi idrici e degli aggiornamenti comunicati dalle Autorità di Bacino Distrettuale, che coordinano gli Osservatori. Gli Osservatori sono stati istituiti, a partire dal 2016, nei sette Distretti idrografici in cui è ripartito il territorio nazionale, e costituiscono misura del Piano di Gestione delle Acque, ai sensi della Direttiva Quadro sulle Acque 2000/60/CE. Gli Osservatori si configurano, pertanto, come strumento a supporto del governo integrato dell’acqua e forniscono gli indirizzi per la regolamentazione dei prelievi e degli usi e delle possibili compensazioni, in particolar modo in occasione di eventi di siccità e/o di scarsità idrica.
A seguito dell’emanazione del c.d. decreto siccità D.L. 39/2023 (pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 88 del 14 aprile 2023) e della sua successiva conversione in legge, con la legge 13 giugno 2023, n. 68 (pubblicata in Gazzetta Ufficiale n. 136 del 13 giugno 2023), l’Osservatorio diviene organo dell’Autorità di Bacino Distrettuale, ai sensi dell’art. 63, comma 3, del decreto legislativo n. 152 del 3 aprile 2006 (c.d. T.U. Ambientale), e opera sulla base degli indirizzi adottati ai sensi dell’art. 63, commi 2 e 5 dello stesso decreto legislativo.

Le attività degli Osservatori distrettuali permanenti per gli utilizzi idrici fanno riferimento alle situazioni corrispondenti a diversi scenari di severità idrica così individuati:
situazione normale ossia scenario non critico, in cui i valori degli indicatori di crisi idrica (portate/livelli/volumi/accumuli) sono tali da prevedere la capacità di soddisfare le esigenze idriche del sistema naturale e antropico, nei periodi di tempo e nelle aree considerate;
scenario di severità idrica bassa: in cui la domanda idrica è ancora soddisfatta, ma gli indicatori mostrano un trend peggiorativo, le previsioni climatiche mostrano ulteriore assenza di precipitazione e/o temperature eccedenti i valori ordinari per il periodo successivo;
scenario di severità idrica media: lo stato di criticità si intensifica in quanto le portate in alveo risultano inferiori ai valori tipici del periodo, la temperatura elevata determina un fabbisogno idrico superiore alla norma, i volumi accumulati negli invasi e nei serbatoi non sono tali da garantire gli utilizzi idropotabili, irrigui, industriali e ambientali con tassi di erogazione standard. Sono probabili danni economici e impatti reversibili sull’ambiente;
scenario di severità idrica alta: sono state prese tutte le misure preventive ma prevale uno stato critico non ragionevolmente prevedibile, nel quale la risorsa idrica non risulta sufficiente a evitare danni al sistema, anche irreversibili. Sussistono le condizioni per la dichiarazione dello stato di siccità prolungata ai sensi dell’art. 4.6 della Direttiva Quadro sulle Acque 2000/60/CE (Water Framework Directive 2000/60/EC) o, in casi più gravi, per l’eventuale richiesta, da parte delle Regioni interessate, della dichiarazione dello stato di emergenza nazionale (ai sensi della L. 225/1992, come modificata dalla L. 100/2012, e secondo quanto previsto dalla Dir. PCM 26 ottobre 2012).

Sulla base delle riunioni ultime degli Osservatori e dei successivi aggiornamenti, la situazione sullo stato di severità idrica a scala nazionale al 11/07/2026 è quella riportata nella seguente figura, ottenuta considerando la situazione media in ciascun Distretto idrografico, così come riportata dall’Osservatorio. Trattandosi di situazioni medie a livello distrettuale, si sottolinea la possibilità che ci siano anche aree all’interno dei singoli Distretti idrografici con uno stato di severità idrica differente (inferiore o superiore rispetto a quello del Distretto). Pertanto, è sempre necessario fare riferimento ai Bollettini dei singoli Osservatori e alle sintesi sotto riportate per una panoramica completa della situazione nei singoli Distretti idrografici. È, inoltre, possibile visionare e scaricare le precedenti situazioni di severità idrica consultando l’Archivio posto in calce.
A completamento del quadro delineato dai Bollettini, è riportata la Sintesi condivisa del Gruppo tecnico per le previsioni mensili e stagionali, coordinato dal Dipartimento della Protezione Civile e riunitosi in data 20/05/2026.

Le sintesi relative allo stato di severità idrica per ciascun Osservatorio distrettuale sono a cura della corrispondente Autorità di Bacino Distrettuale, che ne coordina le attività. La gestione della pagina web è a cura dell’ISPRA ed è effettuata nell’ambito delle attività del Comitato tecnico di coordinamento nazionale degli Osservatori, istituito, sempre a partire dal 2016, sotto il coordinamento dell’attuale Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica. Il Comitato ha il compito di promuovere l’armonizzazione su tutto il territorio nazionale dei criteri da adottare per l’individuazione e la raccolta dei dati necessari alla gestione delle risorse idriche, per il monitoraggio degli eventi di siccità e scarsità idrica e per la determinazione dei livelli di severità idrica, basati su dati ufficiali e valutazioni solide e coerenti con le valutazioni effettuate dagli enti territoriali afferenti agli stessi Osservatori.
Osservatorio del Distretto idrografico del Fiume Po
Stato severità MEDIA in assenza di precipitazioni – Bollettino ordinario n. 6/2026 Seduta del 10/07/2026
Nel corso dei prossimi giorni il Distretto idrografico del Fiume Po sarà ancora caratterizzato da condizioni in generale stabili con temperature oltre la media tipica del periodo, interrotte soltanto da locali eventi temporaleschi previsti prevalentemente tra venerdì 10 luglio e sabato 11 luglio. Lungo l’asta del fiume Po, in tutte le sezioni considerate, è attesa un’ulteriore graduale riduzione dei valori di portata, meno marcata nella sezione di Piacenza.
Durante il mese di giugno sono state registrate temperature notevolmente superiori rispetto alla norma, talvolta anche prossime ai massimi storici, che, oltre a determinare la pressoché completa fusione della neve anche ad alta quota, hanno aggravato progressivamente la condizione di deficit idrico, intensificando notevolmente il fenomeno dell’evapotraspirazione. Anche i primi giorni di luglio hanno registrato temperature oltre la media, seppur con anomalie positive meno marcate rispetto a quanto osservato durante lo scorso mese. In termini di precipitazioni, soltanto la Lombardia ha osservato a giugno valori anche superiori alle medie tipiche del periodo; tuttavia, tali eventi temporaleschi, talvolta intensi, hanno avuto uno sviluppo areale prevalentemente localizzato, limitando il beneficio dal punto di vista della disponibilità idrica. Anche nei primi giorni di luglio le precipitazioni sono state scarse, e ancora una volta localizzate in specifici areali.

Persistono le criticità nei corsi d’acqua del Distretto, specialmente per quanto riguarda il territorio piemontese, che non avendo beneficiato di consistenti afflussi, hanno visto una progressiva riduzione delle portate transitanti, raggiungendo nei primi giorni di luglio valori di portata media diffusamente inferiori alla corrispondente portata caratteristica di magra (Q355) e facendo riscontrare dunque criticità su tutti i bacini idrografici regionali.
Prosegue il rapido decremento dei volumi stoccati nei Grandi Laghi, che in circa una settimana hanno visto una riduzione della percentuale di riempimento pari al –17% per quanto riguarda il Lago Maggiore, –15% per il Lago di Como, –18% per quanto concerne il Lago d’Iseo, –8% per il Lago d’Idro e –5% per il Lago di Garda; quest’ultimo continua a presentare condizioni meno critiche, disponendo di una risorsa stoccata di poco inferiore rispetto alla media del periodo.
Continua ad essere particolarmente delicata la situazione nel territorio del Delta, dove al 5 luglio, data durante la quale è stata calcolata una portata media alla sezione idrometrica di Pontelagoscuro pari a 344 m3/s, è stata stimata tramite modello speditivo una risalita dell’intrusione salina nei rami di Pila/Venezia e Goro compresa rispettivamente tra i 18 e i 20 chilometri e tra i 20 e i 22 chilometri dalla foce, causando difficoltà sempre più marcate nei prelievi.

Per quanto concerne i prelievi ad uso irriguo, al 30 giugno, sulla base dei dati disponibili condivisi da ANBI Piemonte, ANBI Lombardia e ANBI Emilia-Romagna, la percentuale di volume d’acqua effettivamente prelevata rispetto al volume massimo concesso è stata pari al 78% circa.
Alla luce di quanto sopra evidenziato, a seguito della seduta del 10 luglio c.a. dell’Osservatorio, dove sono stati condivisi e commentati tutti i dati aggiornati e le informazioni disponibili, la severità idrica a scala distrettuale viene confermata MEDIA in assenza di precipitazioni.

Data l’attuale condizione di severità idrica l’Osservatorio Permanente sugli utilizzi idrici del Distretto del Po, a tutela del bilancio idrico e del DMV/DE del bacino del fiume Po, ferme restando le condizioni di cui alla Deliberazione n. 4 del 14 dicembre 2017 della Conferenza Istituzionale Permanente dell’Autorità di Bacino Distrettuale del Fiume Po nonché delle condizioni di cui al Decreto del Segretario Generale dell’Autorità di Bacino Distrettuale del Fiume Po, n. 88 del 29 novembre 2024, raccomanda agli Enti competenti:
– di dare priorità alle istanze di deroga al deflusso minimo vitale/deflusso ecologico (DMV/DE) richieste ai fini del completamento del ciclo delle colture in “primo raccolto”, evitando, in ogni caso, di assentire deroghe per l’irrigazione di colture destinate alla trasformazione energetica;
– di prendere in considerazione eventuali istanze di deroga relative al secondo raccolto, solo se adeguatamente motivate;
– di evitare di autorizzare nuovi attingimenti precari ex art. 56 del R.D. n. 1775/1933, nei bacini e sottobacini nei quali le disponibilità idriche non siano sufficienti a soddisfare la domanda già regolarmente assentita, fatte salve le richieste di derivazioni a carattere temporaneo e/o emergenziale poste in opera dai Consorzi di Bonifica per attingimenti diversi da quanto stabilito all’art. 9, comma 1 e 3, del D.L. n. 275/1993, aggiornato al 14/04/2026 (ex art. 56, R.D. 1775/1933).

Inoltre, per l’attuazione delle finalità di cui all’art. 63-bis, comma 1, del D.Lgs. n. 152/2006 e ss.mm.ii., le Regioni, le Province e le Città metropolitane del bacino sono invitate a valutare e, ove occorra, a nominare il regolatore di cui all’art. 43. comma 3, del R.D. 1775/1933 per i corsi d’acqua e i sottobacini interessati da criticità, quale figura tecnica terza e indipendente incaricata del riparto delle disponibilità tra le utenze e della proposta delle temporanee limitazioni necessarie.
Per le medesime finalità di cui sopra, dette Regioni, unitamente alle Province e alle Città metropolitane sono invitate, altresì, a intensificare i controlli sui titoli di prelievo e di attingimento e sull’effettivo rispetto delle portate assentite, anche avvalendosi dei Consorzi di bonifica, degli enti di polizia idraulica, delle Agenzie regionali per l’Ambiente e del Corpo dei Carabinieri per la Tutela Forestale, Ambientale e Agroalimentare. Si rammenta, a tal fine, a tutti i soggetti competenti, che le derivazioni e gli attingimenti da acque superficiali devono essere dotati, a cura dei titolari, di idonei dispositivi di misurazione delle portate e dei volumi prelevati, conformi al D.M. MiPAAF 31 luglio 2015 e alla normativa regionale di settore, in assenza dei quali non sussistono le condizioni per una corretta valutazione del rispetto degli obblighi derivanti da eventuali provvedimenti di deroga.
Si richiama, infine, l’obbligo, per gli Enti competenti, di comunicare all’Autorità di Bacino Distrettuale le eventuali richieste di deroga al DMV/DE che riguardino il reticolo idrografico principale e, in particolare, gli affluenti diretti del fiume Po, al fine di consentirne la valutazione degli effetti a scala di bacino sul bilancio idrico e sul rispetto delle portate di riferimento nel corso d’acqua principale. Per le finalità anzidette, per quanto attiene ai seguenti corsi d’acqua: Dora Baltea, Sesia, Ticino, Lambro, Adda sub-lacuale, Oglio sub-lacuale, Mincio; si chiede alle amministrazioni regionali di provvedere affinché eventuali richieste di deroga possano essere trattate dall’Autorità di Bacino Distrettuale.
