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GIULIANO LAZZARI SCRITTORE
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IL CERVO e LA TORRE DEL SILENZIO

giulianolazzari, Giugno 21, 2026Giugno 21, 2026

….Noi non siamo di quelli convinti che l’anima venga distrutta prima del corpo o con esso, e fra gli uomini non prestiamo fede a nessuno, ma solo agli dèi; è verosimile che essi siano i soli a conoscere queste cose, se bisogna chiamare verosimiglianza la necessità; in questo àmbito agli uomini conviene far congetture, mentre il sapere spetta, necessariamente, agli dèi.

Qual è dunque l’incarico che ora io dico di volerti affidare?

La giurisdizione su tutti i culti in Asia, con la sorveglianza dei sacerdoti, città per città, e il compito di assegnare a ciascuno le mansioni a lui appropriate. A chi comanda si addice in primo luogo la moderazione, poi, in aggiunta, la bontà e l’umanità verso quelli che lo meritano; giacché chi fa ingiustizia agli uomini, è empio verso gli dèi, ed è arrogante con tutti, o dev’essere ripreso con franchezza, o punito con severità.

Fra poco, dunque, insieme agli altri, conoscerai in maniera più completa le misure che è necessario stabilire in generale per tutti i sacerdoti; ma frattanto voglio darti un piccolo consiglio. È giusto che tu mi dia ascolto su questo punto; infatti, come sanno tutti gli dèi, su molte questioni del genere non improvviso, ma sono cauto quant’altri mai e rifuggo dalle innovazioni in tutti i campi, per così dire, e in modo particolare in ciò che riguarda gli dèi, giacché credo che ci si debba attenere alle leggi che i padri avevano fin dal principio e che manifestamente ci furono date dagli dèi; non sarebbero state così belle, infatti, se fossero venute semplicemente dagli uomini.

Ma poiché è accaduto che siano state trascurate e guastate, dal momento che la ricchezza e il lusso hanno preso il sopravvento, credo che sia necessario prendersi a cuore questa ricostruzione come dalle fondamenta. Vedendo che da parte nostra c’era un’indifferenza grave verso gli dèi e che ogni forma di devozione verso gli esseri superiori era stata accantonata da una corruzione impura e volgare, sempre tra me e me deploravo questa situazione, anche perché… altri così ardenti nel sostenere la loro dottrina, da scegliere per essa la morte, da sopportare privazioni e fame, pur di non mangiare carne di nessun essere animato dello stesso spirito di vita conferito dagli dèi…

Vedevo che noi, invece, siamo così superficiali nei doveri verso gli dèi, da dimenticare le consuetudini avite e da ignorare, di conseguenza, se alcuna regola del genere sia mai stata fissata.

…Ma costoro, che sono in parte devoti agli dèi, dal momento che onorano… quel dio che è davvero il più potente e il più buono, che governa il mondo sensibile, che – lo so bene – anche noi veneriamo con altri nomi, mi sembra che facciano cose sensate, non violando le Leggi,  – ma – che commettano questo errore soltanto: si propiziano, cioè, questo dio soprattutto, e non venerano anche gli altri dèi, ma credono che essi siano toccati in sorte solo a noi Gentili, spinti a questa follia da una iattanza barbarica.

Gli empi Galilei, poi, come una malattia nella vita non praticano nessun tipo di carità…

Dunque bisogna praticare prima di tutto la filantropia: ad essa, infatti, seguono molti altri beni, e il più prezioso e grande è la benevolenza degli dèi.

Come quei servi che si interessano alle amicizie, agli affanni e agli amori dei loro padroni sono, rispetto ai loro compagni di schiavitù, più amati, così bisogna credere che la divinità, che è per natura filantropa, abbia a cuore gli uomini filantropi. E la filantropia assume molte e varie forme: essa prevede anche il punire con indulgenza gli uomini, per migliorare quelli che sono puniti, come fanno i maestri con i bambini; oppure, la capacità di rimediare alle loro necessità, come fanno gli dèi con le nostre.

Vedete quanti sono i beni della terra che ci hanno dato, cibi di ogni genere, quanti non ne hanno neppure tutti gli animali insieme. E poiché siamo stati messi al mondo nudi, ci hanno coperto con le pelli degli animali, con prodotti della terra e degli alberi. E non è bastato prendere, così semplicemente, in modo improvvisato, delle tuniche di pelli di animali, come diceva Mosè; guardate quanti sono stati i doni di Atena Erganē!

Quale animale usa il vino, quale l’olio, se non quelli cui ne diamo una parte, proprio noi che con gli uomini non li condividiamo?

Quale animale marino si serve del grano?

Quale animale terrestre di ciò che è nel mare?

[….]

Nessuno, dunque, ci inganni con discorsi né ci faccia dubitare della provvidenza. Proprio quelli che contro di noi avanzano di simili obiezioni, i profeti dei Giudei, che cosa potrebbero dire del loro tempio, tre volte distrutto e non ancora rimesso in piedi? Ho parlato però non per rimproverarli – proprio io, che dopo tanto tempo ho progettato di ricostruirlo, in onore di quel dio che è lì invocato –; ma adesso ho usato questo episodio perché volevo dimostrarvi che niente di umano può essere esente da distruzione e che i profeti che scrivevano di queste cose dicevano sciocchezze, facendo prediche a vecchiette stupide.

Che il loro dio sia grande non c’è nulla, io credo, a impedirlo; eppure non ha ottenuto profeti e interpreti onesti…

La ragione di ciò è nel fatto che non hanno consentito alla loro Anima di purificarsi attraverso un ciclo di studi completo, né ai loro occhi rinserrati di aprirsi, né alla tenebra che li ricopriva di dissiparsi, alla maniera di uomini che scorgono, in modo incerto e indistinto, una grande luce attraverso la nebbia, e pensano che quella non sia pura luce, ma fuoco e, ciechi per tutto ciò che le sta intorno, gridano a gran voce:

‘Tremate! Temete! Al fuoco! Fiamme! Morte! Coltelli! Spade!’,

…indicando con molti nomi l’unica potenza perniciosa del fuoco. Ma, a questo proposito, sarà meglio esporre in uno scritto particolare quanto siano inferiori ai nostri poeti questi maestri di dottrine sugli dèi.

Dunque, come ogni funzionario, così anche ogni sacerdote sia circondato di rispetto, perché tale è anche il responso del dio di Didima:

Quanti con follia di mente ai sacerdoti degli immortali

recano ingiuria e contro i loro privilegi

cospirano con discorsi impudenti

intero non percorreranno il sentiero della vita

essi che hanno oltraggiato gli dèi beati

dei quali i sacerdoti hanno scelto l’onore di un culto devoto.

Molti oracoli simili sono stati pronunciati dal dio, e da essi è possibile imparare come bisogna onorare e servire i sacerdoti; ne dirò altrove più lungamente; per adesso, però, mi basta mostrare che non parlo in maniera improvvisata, e che ritengo efficace l’ingiunzione del dio e il comando espresso nelle sue parole. E se qualcuno può pensare che io – non – sia un maestro degno di credito in questa materia, rispetti il dio e creda a lui, e onori in maniera speciale i sacerdoti degli dèi.

Sappi bene, infatti: gli dèi ci offrono grandi speranze per ciò che viene dopo la morte. Dobbiamo dar loro tutta la nostra fiducia; infatti di solito non dicono mai il falso, non solo sull’altra vita, ma anche su questa. Essi, con la superiorità della loro potenza, sono capaci di imporsi sul tumulto di questa vita e di correggerne gli eccessi e le stranezze; ebbene, nell’altra vita, quando gli elementi in contrasto sono divisi ed è separata l’anima immortale dal cadavere diventato terra, non saranno forse capaci di offrire agli uomini quanto hanno promesso?

Sapendo, dunque, che grandi sono le ricompense che gli dèi hanno riservato ai sacerdoti, rendiamo loro stessi garanti, in tutto, del premio degli dèi, qualora offrano la propria vita ad esempio di ciò che occorre dire alle masse.

Dobbiamo cominciare, allora, dalla devozione verso gli dèi. Conviene, infatti, che noi svolgiamo le funzioni sacre agli dèi pensando che essi sono presenti e che ci vedono, anche se noi non li vediamo, ed estendono il loro sguardo, più potente di ogni splendore di luce, fino ai nostri pensieri nascosti. Che questo non sia un discorso mio, ma parola del dio, è detto da molti oracoli; ma a me, qui, basta riportarne uno solo e provare con un solo testo due cose, come, cioè, gli dèi vedano tutto e gioiscano degli uomini devoti: dappertutto si estende il raggio del Dio, che scruta lontano; per le dure rocce corre rapido il suo occhio e va per il mare azzurro; né gli sfugge la moltitudine degli astri che si muovono in circolo per il cielo infaticabile, secondo la legge della saggia necessità, né tutte le stirpi sotterranee dei morti che il Tartaro accolse nella tenebra oscura dell’Ade; mi procurano gioia i mortali devoti tanto quanto l’Olimpo.

Quanto più, dunque, ogni anima, e l’anima degli uomini a maggior ragione rispetto alla pietra o alla roccia, ha affinità e parentela con gli dèi, tanto più facilmente ed efficacemente è verosimile che in essa entri l’occhio degli dèi. Guarda, poi, l’amore che il dio ha per gli uomini quando afferma che il pensiero dei devoti gli dà gioia quanto l’Olimpo purissimo.

Non sarà lui, certamente, a elevare le nostre anime dalla tenebra e dal Tartaro se ci avviciniamo a lui con devozione?

Egli conosce infatti anche quelli che sono prigionieri del Tartaro (giacché neppure quel luogo ricade al di fuori della potenza degli dèi), ma agli uomini devoti promette l’Olimpo invece che il Tartaro. Perciò bisogna praticare soprattutto opere di pietà, avvicinandosi agli dèi con soggezione, senza dire o ascoltare niente di ignobile. I sacerdoti hanno il dovere di astenersi non soltanto da azioni impure o volgari, ma anche dal dire o dall’ascoltare discorsi dello stesso tipo. Dobbiamo perciò mettere al bando tutte le battute pesanti, tutte le conversazioni volgari.

Rifiuti pure, della commedia antica, quanto presenta gli stessi caratteri; meglio sarebbe, anzi, se la rifiutasse tutta intera. Solo la filosofia – direi – ci si addice e, fra i filosofi, quelli che hanno posto gli dèi come guide nella loro educazione, come Pitagora, Platone e Aristotele, e i seguaci di Crisippo e Zenone. Non bisogna seguire tutti, né le dottrine di tutti, ma soltanto quegli autori e, di questi, quelle dottrine che suscitano in noi la pietà e che ci insegnano, riguardo agli dèi, in primo luogo che esistono, poi che si prendono cura delle cose di qui, e che non compiono alcun male né contro gli uomini, né gli uni contro gli altri, nutrendo invidie, gelosie, ostilità, come li hanno descritti i nostri poeti, e sono stati denigrati per questo.

I profeti dei Giudei, invece, che hanno composto miti in maniera sistematica, sono ammirati da questi miserabili che si sono associati ai Galilei.

(Giuliano)

Sulle vette più elevate dell’altopiano tibetano vive un piccolo gruppo di uomini e donne straordinari che praticano le più antiche pratiche esoteriche. Sono i veicoli degli Dèi, i medium spirituali delle divinità ancestrali e protettrici. Ancora oggi, in pericolosi riti di possessione, i medium spirituali affermano di invocare gli dei purificando il proprio ego e, con pensieri, parole e azioni, diventano l’incarnazione stessa di questi esseri soprannaturali. Si ritiene che le loro rivelazioni uniscano in modo vitale le divinità e la società in un patto di reciproco beneficio e comprensione, che ha lasciato un segno indelebile nelle religioni del Tibet.

Questo impulso primordiale, che spinge gli uomini a diventare dei, è uno dei pilastri su cui si fonda il sistema tibetano di credenze e rituali religiosi.

I medium spirituali dell’Alto Tibet, sia uomini che donne, sono la forma incarnata delle principali divinità montane della regione, nonché di una serie di altre divinità. Si ritiene che quando la coscienza di queste divinità entra nel medium spiritici, questi ultimi agiscono e parlano per loro conto. Nell’Alto Tibet è opinione comune che, sotto il controllo degli dei, i medium spiritici guariscano malati e bestiame, esorcizzino spiriti maligni, portino fortuna a chi è colpito dalla sfortuna e prevedano l’esito di eventi futuri.

Gli abitanti locali hanno ricercato i loro servizi per secoli e alcuni medium spiritici hanno intrapreso la loro vocazione nel Subcontinente, in esilio.

Le numerose curiosità ad essa associate, ma anche la profondità storica che svela. Tra tutte le professioni tradizionali ancora esistenti nell’Alto Tibet, la medianità spirituale è quella che meglio esemplifica la cultura non buddhista residua della regione. Nel corso di questo studio sui medium spirituali, apriremo una finestra sulla cultura dell’Alto Tibet, rivelando un’eredità multidimensionale che ha segnato in modo indelebile il Buddhismo tibetano. Nel corso dei secoli, questi aspetti nativi e buddhisti della cultura locale si sono fusi per formare la tradizione della medianità spirituale oggi diffusa nella regione.

Ho scelto di designare coloro che agiscono come veicoli umani per le divinità come ‘medium spirituali’ perché questo termine riassume più accuratamente la loro attività centrale: la capacità di incarnare o essere medium per una schiera di spiriti diversi.

Secondo le testimonianze dei medium spirituali, questa medianità si verifica con la fuga della loro normale coscienza e personalità, e la successiva colonizzazione della loro mente e del loro corpo da parte della divinità ospite evocata. Questa funzione medianica è alla base della loro professione e serve a distinguerli da altri tipi di praticanti religiosi tibetani. Ho evitato l’uso del termine ‘sciamano’, che a volte viene impiegato per descrivere funzionari religiosi simili in varie culture, a causa del suo uso acritico nel linguaggio popolare. Questo termine è utilizzato anche nella letteratura accademica per descrivere fenomeni culturali molto diversi in tutto il mondo, quindi il suo significato è diventato modificabile in base ai bisogni immediati.

Quando i medium spirituali eseguono la divinazione o fanno espressioni sul futuro potrebbero anche essere correttamente descritte come oracoli, ma questo termine non esprime le loro funzioni curative e restaurative più importanti.

Nell’Alto Tibet, i medium spirituali maschi sono comunemente chiamati come lha-pa (portatore di dio/uomo di dio), dpa’ bo (eroe, anche un epiteto di sacro montagne) e lha ‘beb-mkhan/lha-babs-mkhan (dio-che-discende). Le medium sono chiamate dpa’ mo (eroina), lha-mo (donna-dio) e klu-mo (donna-serpente-d’acqua). In questo lavoro, ho scelto di applicare il termine lha-pa come equivalente di uno spirito-medium maschio (o semplicemente medio) perché descrive in modo più appropriato il nucleo attività della professione; l’incarnazione della divinità.

L’eminente Il tibetano RA Stein descrisse ‘lha-pa e klu-pa’ (medium maschili per gli spiriti dell’acqua) come pastori che servono come ricettacoli per le divinità locali, il che caratterizza succintamente la pratica in Alto Tibet. I servizi del ‘lha-pa’ quindi agivano come sostituti di quelli dei lama e dei dottori. In alcuni casi, tuttavia, così altamente rispettati erano i ‘lha-pa’ che erano ricercati attivamente come alternativa ad altri tipi di religione e medici. Avevano il vantaggio unico di essere culturalmente investiti della legittimità di agire e parlare a nome delle divinità.

E poiché gli dei prendevano vita attraverso di loro, rappresentavano una delle forme più tangibili e immediate di religiosità tradizione in Tibet. I medium spiritici altamente competenti erano tenuti in soggezione; i racconti delle loro imprese si diffusero in tutta la zona e oltre. Invariabilmente, ai grandi ‘lha-pa’ delle generazioni passate venivano attribuiti poteri soprannaturali. Si pensa comunemente che le loro abilità magiche si sono estesi a cavalcare sul dorso di animali selvatici, volare nel cielo e incredibili imprese di guarigione e forza.

Probabilmente la prima descrizione accademica dei medium spirituali tibetani si trova nell’opera del 1882 di Sarat Chandra Das ‘Contributi sulla religione e Storia del Tibet’ (p.11). Ciò coinvolge i sacerdoti Bon che invocano e sono poi posseduti da una divinità tutelare chiamata ‘bka’ bab’ e ‘thab-lha’ (dio del focolare). Mentre era sotto l’influenza degli dei, il medium viene condotto a un focolare contaminato dove pianta un ‘mda’ dar’ (freccia ornata), liberandolo così dalla contaminazione che causa la malattia. Chandra Das nota che contaminare il focolare fa arrabbiare il sotterraneo spiriti ‘sa-bdag’, una credenza molto diffusa ancora oggi.

Per loro stessa ammissione, gli spiriti-medium, attraverso lo spostamento della loro coscienza (‘rnam-shes’), diventano effettivamente gli forma incarnata della divinità. Affermano che la loro identità personale è sostituito a quello della divinità, quindi il loro discorso e il loro comportamento diventare quello della divinità (cfr. Ekvall 1964: 273, 274). Inoltre, si afferma che solo una frazione di secondo prima dell’ingresso corporeo, la coscienza del ‘lha-pa’ esce e viene sostituita da quella di una divinità; il possesso dello spirito medium è chiamato ‘lha ‘bab-pa’ (divinità discendente) e ‘lha-bzhugs’ (divinità residente), ed è segnato da radicali cambiamenti nel linguaggio e nel comportamento.

Tipicamente, la possessione si verifica dopo che sono state fatte le invocazioni e le offerte necessarie ai vari dei. Sotto l’influenza di una divinità, il ‘lha-pa’ comunemente presentano sudorazione profusa, segni di grande sforzo fisico, forza straordinaria, convulsioni, schiuma alla bocca e scomparsa delle iridi nella parte posteriore della testa, molti degli spiriti curativi o aiutanti della trance assumono la forma di aquile, gufi, orsi, lupi, tigri e volpi, e sotto il loro possesso il ‘lha-pa’ si comporta in un allo stesso modo.

I medium spiritici emettono richiami e grida come animali e imitano i loro movimenti e le loro azioni. Ringhiano come tigri e Gli orsi ululano come i lupi e gridano come i rapaci. Gli spiriti ausiliari, quindi, possono spesso essere identificati dagli osservatori attraverso il comportamento esteriore del medium.

Poiché si ritiene ampiamente che un ‘lha-pa’ sia diventato la divinità, al fine della trance non c’è alcun ricordo di ciò che è accaduto durante esso. Di solito ha un assistente, un amico intimo o un familiare, che racconterà cosa è successo nella seduta (il periodo in cui era presente la divinità possidente). Questo assistente aiuta anche in la cerimonia, portando qualsiasi offerta o oggetto la divinità chiama per aiutare a tradurre le sue espressioni. La voce della divinità è non sempre comprensibile ai presenti a causa di insoliti modulazioni della voce, enunciazione indistinta e bassa ampiezza. Inoltre le divinità a volte parlano in lingue straniere come ‘lha-skad’ (lingua degli dei), che può essere interpretata solo da coloro di lunga associazione con il ‘lha-pa’.

È generalmente accettato che un vero ‘lha-pa’ possa ospitare solo una coscienza in un momento. Di solito si immagina che in quel momento, in caso di possessione, la sua coscienza viene trasferita in uno specchio metallico (‘me-long’), dove rimane nell’abbraccio protettivo di una divinità tutelare fino alla fine della cerimonia di trance. I medium spirituali sostengono che la coscienza personale esca dalla sommità della testa, mentre quella della divinità (comunemente chiamata ‘od-zer’) entri nel medium spirituale attraverso altre parti della testa o delle mani.

Inoltre, si pensa che quando la divinità possessore esce dal corpo del medium spirituale, la coscienza personale ritorni nello stesso modo in cui era uscita. Mentre si trova nel corpo del ‘lha-pa’, si dice che la coscienza della divinità dimori nei canali invisibili diffusi in tutti gli organismi viventi; questi sono noti come ‘rtsa’.

Nella teoria medica tibetana, questi canali sottili danno origine agli impulsi nervosi e sono responsabili della trasmissione della coscienza e dei dati sensoriali. Non è insolito che più di una divinità sia coinvolta in una cerimonia di trance. In tal caso, si racconta che le divinità aspettino nel ‘me-long’ che l’altra lasci il medium prima che la successiva ne prenda possesso.

Secondo la maggior parte dei medium, le origini del ‘lha-pa’ possono essere ricondotte a Gu-ru rin-po, un adepto Vajrayana dell’VIII secolo. Si dice che abbia dato inizio a quattro lignaggi di medium, che abbracciano i quattro punti cardinali del Tibet.

I medium spirituali più anziani affermano che queste linee di discendenza sono continuate fino ai giorni nostri, trasmettendo ininterrottamente la loro professione. Tuttavia, l’origine buddista della medianità spirituale nella tradizione orale dell’Alto Tibet è probabilmente apocrifa, riflettendo il sincretismo dei grandi miti tibetani. Condivido l’opinione che questa probabile rielaborazione della mitologia sia il risultato di un revisionismo storico (sia nella tradizione letteraria che in quella orale), avvenuto nella transizione dai sistemi religiosi preesistenti al Buddhismo. In questo contesto, la buddhizzazione della medianità spirituale nell’Alto Tibet sembra essere un filone della riorganizzazione e dell’estraniamento dalla tradizione religiosa antecedente.

Come verrà approfondito, il materiale leggendario Bon sostiene che i fenomeni culturali medianici siano antecedenti al Gu-ru rin-po dell’VIII secolo. Da una prospettiva comparata, ciò sembra del tutto plausibile, poiché le culture di tutto il mondo antico si affidavano a oracoli e medium per varie funzioni religiose e sociali, così come fanno le rimanenti tribù di sussistenza del mondo.

(J. V. Bellezza)

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