Skip to content
Blog di giuliano lazzari
GIULIANO LAZZARI SCRITTORE
Blog di giuliano lazzari

  • BLOG DI RIFERIMENTO DIALOGHI CON PIETRO AUTIER 2
Blog di giuliano lazzari

IL RACCONTO DELLA DOMENICA, ovvero, LA BALLATA DI HUGH GLASS

giulianolazzari, Dicembre 29, 2025Dicembre 29, 2025

L’ARCA DELLA SALVEZZA, ovvero, LA BALLATA DI HUGH GLASS

Il vero viaggiatore è in realtà l’uomo che viaggia per affari. Persino il turista difficilmente può rivendicare con sicurezza questo titolo.

Non è forse in cerca di piacere?

Non si sposta da un posto all’altro solo per il gusto di farlo?

Non è forse un semplice viaggiatore che si è avventurato fuori solo per sgranchirsi le gambe?

Chiedete al gestore di un albergo commerciale in una cittadina di campagna chi sono i suoi clienti, vi dirà che sono viaggiatori di commercio e visitatori di bar; le due categorie sono distinte nella mente del mio ospite, una suggerisce il lavoro, l’altra il divertimento. L’uomo di commercio è destinato a viaggiare, che gli piaccia o no, il visitatore è un dilettante capriccioso che si diverte con un cambiamento dalla monotonia di casa.

Chiunque consideri il viaggiatore commerciale come una produzione moderna creata dal sistema ferroviario dovrebbe ascoltare l’esplosione d’ira di un vecchio viaggiatore, che ha avuto tempo e voglia di esaminare nel dettaglio la ‘Storia del commercio’.

‘Come, niente tradizioni?!’

…esclamerà.

‘Permettetemi di richiamare ancora una volta la vostra attenzione, amico mio, sulla parabola del ‘Buon Samaritano’. Chi era, vorrei saperlo, se non un viaggiatore di commercio? Tutto lo indica. Viaggiava con olio e vino, altrimenti perché avrebbe dovuto averli con sé?

Notate la sua influenza sul locandiere!

Evidentemente era conosciuto lì.

Sapeva dare istruzioni e aveva abbastanza denaro contante da lasciare due denari alla sua partenza, ricordando che sarebbe tornato più tardi. E poi, ancora, la sua simpatia di larghe vedute: non era certo un settario. I viaggiatori di commercio raramente lo sono. La loro vocazione insegna loro ad essere amichevoli con ogni genere e condizione umana.

Niente tradizioni?

La storia è piena di episodi che dimostrano che l’uomo che viaggia con campioni è vecchio come il mondo’.

Durante il XVIII e l’inizio del XIX secolo, era il fattorino a usare la locanda. Non è affatto un termine dispregiativo. Pensate all’immediato precursore dell’attuale commercio, seduto in groppa a un robusto cavallo con una borsa ben fornita su ciascun lato, che affronta ogni condizione atmosferica, negoziando tutte le strade, e viaggiava per un mese o due alla volta. Non era una figura del tutto spregevole. Forse non c’era niente di schizzinoso nei suoi metodi; ma sarebbe stato ugualmente gradito ai suoi clienti e al suo oste come portatore di notizie o fornitore di merci. Viaggiava a cavallo perché le strade che doveva percorrere non erano sempre adatte ai veicoli.

Ecco, ora prendete il moderno o, scusatemi, odierno Viaggiatore di Commercio e assumete il suo Dramma messo in scena presso la nota Locanda del Lago, con Vista mozzafiato sul Global Theatre, detta anche Arca di Noè, beninteso non accetta – tantomeno ben accolta – nessuna fiera Natura almeno che non sia un automa  equipaggiato e ben collaudato dalla nuova Officina Meccanica Star S.p.A. (digita sul link e prova la nuova ebbrezza del Viaggio marziano).

La Stella cadente ma sempre in perfetto equilibrio algoritmico sospesa in perfetto esercizio meccanico aspirare verso la nota curva dello Spazio senza più il necessario Tempo con l’intento di sorpassarlo; e senza per questo essere privato del necessario Tempo di calcolarlo così da poterlo ammirare nella bella e splendente cornice del pannello da cruscotto in difetto di Natura nella nuova Alba vestita e circoncisa di rosso sera (ovvero l’hora della preghiera); quando il Quadro a cielo aperto si oscura e Golia divampa sulla Scena; viene rappresenta in replica assolutistica la nota e superba, nonché Fiera non ancora estinta e ben annunziata solo macellata nel miracolo della frequentata Via: ‘Guerra dei Gira-Mondi’ la graticola della super-nova rosticceria appia antica; appena si vede e scorge e Nessuno ne rimembra il vero nome quando si spegne e si smorza all’insegna, essendo il Viaggio lungo e difficile in Quanto il difetto di Natura per l’intera Stratosferica replica; salta e balla senza sapere di conoscere e non conoscendo pur sapendo giacché il sapere di non sapere compie il miracolo dell’I.A. circa la nuova….

fede della dottrina esposta all’insegna; in verità e per il vero, a quale stirpe di Natura il suo Dio la possiede; giacché condivisa fra l’onda e la particella alla stiva del camionista con il moto della sua ancella preferita, ogni inanimata Anima e l’antico corpo appartiene in questo Giardino dell’Eden con vista mozzafiato protesa verso la Terra promessa con la promessa di non farvi più ritorno per la contesa con l’Arabo del turno di notte essendo il più fornito e desiderato per ogni venuta in Paradiso; si contorce di piacere e viene avvistata in elevato Spirito d’ebbrezza, sarà decurtata dei punti a premio per il successivo Viaggio di ritorno, quando in verità e per il vero, rinascerà a supernova via, Esso & Lux permettendo al karma del distributore Amazon & Associati…;  ‘Arca & Noè Associati & sempre Dissociati S.p.A. (molestie seppur profeticamente preannunziate dal Programmatore avendone rinnegato l’antico nome…) sulla quinta all’incrocio con la sesta in attesa della settima replica, ove Dio & Sovrano in ogni Terra senza più diritto dell’antica bestemmia da birreria; ed ove ogni buon verde….

….marziano fuggito dal Theatre, senza più né Globo né palco né Universale Natura, come Dio e/o Lucifero l’havea equipaggiata prima della partenza in previsione, scusate revisione della curva; circa il dilemma antico al pari del noto Amleto, il gommista prima della discesa appena sulla destra dell’insegna; insegna per l’appunto la suddetta Sfera pregando ad Ognuno, Nessuno escluso in cotal Sacrobosco ammirato fino ad Hollywood, in quanto naviga senza più Terra nell’Isola dei Morti – o Morti in Vita -, essendo Morti per loro difettevole Natura, l’apparente errore grammaticale di replica li rende nuovi e più efficienti replicanti individuati nella terra di Vladimir segnalato dal GPS satellitare di Google il venditore ambulante di Anime, deambulare verso l’ultimo palo telegrafico dopo la seconda insegna in diverbio e contesa circa la dottrina e il proprio corso, fra il campo e il Confine di Stato verso la terra di Nessuno, l’Albero del peccato si eleva fra la contesa solo il Magistrato di turno potrà….

risolverne l’antico diverbio; di questa e ogni strada in piena autonomia, in pericolo di curva non ben segnalato dall’Esercito della Salvezza; ovvero, quando il ghiaccio si dissolve e frammenta abdicando alla materia la gravità del pilota che l’Anima, nel collaudare in pieno Spirito di autonomia, il noto pneumatico della Ditta, il quale adeguandosi perfettamente alla Forma del corpo ascendente aderisce perfettamente alla nuova genetica della Strada di Adamo & Eva; il locale con l’insegna appena sul rettilineo affiancato dal distributore Sangue della Terra (Esso permettendo), ove poter fare il pieno e rimembrare lo Spazio vuoto nel Mercato del Tempio con noto parcheggio gratuito, con annesso e concesso il motel preferito da ogni Dio di passaggio…     

Vi accennavo circa questo prometeico viaggiatore del nuovo Commercio, replicato per ogni Paese in attesa della dovuta provvigione posta all’indice del 5% o 10%, l’importante avere la botte piena e la moglie un poco ubriaca di vin santo surgelato distillato al doppio malto croce al merito. Vi dicevo, circa questo Viaggiatore, senza arte & aspirapolvere con cui concludere un buon contratto di cui persino l’agente cubano schifato dell’alito appestato, sudato agitato, ma con il cuore ricolmo di speranza e affetto per il padrone dell’Arca di cui ne ha smarrito l’antico nome. Essendo Nessuno Qualuno gli ha affibbiato un soprannome improprio, il quale non si addice all’aspetto mendico sofferto e un poco surreale… quasi comico.

È sommerso di letame ogni qual volta ogni porta si chiude alla Vista del contratto da concludere assumendone periodica visione circa le normative che ne regalano, o meglio ‘disciplinano’, usi & scostumati consumi (&) costumi del nuovo Commercio travasato alla botte dell’Osteria dell’Angelo.

Sicuramente conveniente per ogni concorrenza che contraddistingue cotal nobile e antica Arte per ogni Arca con solo la nobile certezza di rimanervi a galla; ovvero, alla mobile superficie permessa & concessa per il valore minimo attribuito alla tariffa del metro quadro; ovviamente senza più superficie ove poggiare un destino da viaggiatore di Commercio sommerso dalla merce ancora invenduta abdicata all’allarmata nonché armata osteria oltralpe ed hora in questa difficile hora mi dicono disarmata e del tutto inarticolata dinnanzi alla sventurata sventura.

Nella costante certezza, destino e karma di cotal Viaggiatore di commercio, di vedere galleggiare solo nobile oro nero ove affogare ogni desiderio di ricchezza, almeno che Qualcuno lo voglia qual mezzo di salvezza per l’intera Arca senza più speranza di rimanervi a galla qual sterco concime di un più nobile e solido Impero!       

Molto tempo dopo l’avvento delle ferrovie, il viaggiatore di commercio era conosciuto come “bagman”. Il Daily Telegraph, nel 1865, sembrava incerto se i suoi lettori avrebbero riconosciuto il nome più moderno senza una spiegazione, poiché si riferisce a ‘un viaggiatore – intendo un “bagman”, non un turista – che arriva con i suoi campionari in una città di provincia’.

A quel tempo, naturalmente, il numero di viaggiatori di commercio stava aumentando; ma poiché le ferrovie collegavano le città solo su determinate tratte, il carrello leggero veniva utilizzato costantemente per percorrere i quartieri periferici. In effetti, oggi ci sono viaggiatori di commercio che utilizzano ancora il vecchio metodo di trasporto per lavorare in alcune parti del mondo, contee in cui le comunicazioni ferroviarie sono scarse e il servizio ferroviario intermittente. L’automobile è anche un mezzo di trasporto occasionale per i viaggiatori. Quando fu utilizzata per la prima volta, i commercianti la guardavano con sospetto, perché rischiava di spaventare i cavalli dei clienti delle carrozze, e soprattutto consuma petrolio il quale ora, per il bene del Commercio globale, galleggia per ogni Mare e Fiume senza più l’arte e desiderio di vedervi scorrere antichi sogni di Qualcuno affinché Nessuno possa ancora viaggiare!

…In calesse essendo un veicolo estremamente leggero, in realtà è solo una sedia fissata su timoni ben fissi regolati da futuri precursori della molla a vapore. Adatto ai viaggi, è tuttora il mezzo preferito da medici e uomini d’affari.

Di particolare interesse è il metodo di sospensione utilizzato in questo concerto. Due elementi inclinati sono imbullonati attraverso gli alberi a cui sono fissati i rinforzi in pelle delle sospensioni di potere di ferma immobile locomozione o a futuro cavallo vapore. Queste ingegnose forme di sospensioni quasi come viaggiare in Terra di Nessuno e con Nessun potere d’interferire con l’attrito di confine con la Terra di indubbia appartenenza e futura pertinenza, è tipicamente americana e ha sostituito i più pesanti e costosi metodi di sospensione dei termini cautelari circa la Strada percorsa per ogni confine di Contea sceriffo permettendo.

Questo calesse apparteneva al dottor Zacary Bass di Middlebury Alias Hugh Glass, nel Vermont, che esercitò la professione nella contea di Addison dal 1815 al 1881. Accompagnò le truppe del Vermont a Plattsburgh e nel 1814 aiutò a curare i feriti sulla nave del commodoro MacDonald.

LA STORIA DI HUGH

La storia di Hugh Glass sembra una storia raccontata ovunque nelle pianure da ascoltatori inesperti di Maralago la locanda di Donaldo, i quali uditori non capivano il gioco della narrazione. Forse un frammento della storia di Hugh Glass è una storia a parte, nella prima parte, infatti, prima che il vecchio Glass si incontrasse con un grizzly nel Dakota del Sud una mattina di settembre, o Dicembre, non ricordiamo a fin di bene ciò che sia il Bene del loro Dio pregato a Maralago, Hugh credeva in Dio poi però iniziò a pregare il Diavolo!

Dopo di che, molti saggi o antichi oracoli pagani intervennero a garantirne l’esito.

Si dice che Glass fosse un marinaio, forse addirittura un ufficiale, che lavorava nei Caraibi subito dopo la via del mare con Vista degli Anglo-Americani. Navigare il mare era sempre stato favorevole per lui. Non c’era stato un momento nella sua memoria in cui non fosse stato vicino al mare o in mare, o in cui non avesse amato il mare. Fin dal suo primo viaggio, quando lavorò come mozzo in un viaggio che lo portò in giro per il mondo, aveva capito che il mare sarebbe stata la sua vita.

In un certo senso, lui e le grandi acque erano simili. Era silenzioso e profondo come loro, e come loro avevano avuto i loro momenti selvaggi e tempestosi. Rispettava il mare ma non ne aveva paura anche se poi morì vicino a Maralago. Conosceva la sua dura realtà. Molte volte il pericolo lo aveva preparato, ma raramente si era sentito a disagio sul ponte di una nave.

Il mare.

Sempre il mare.

Il mare lo sfidava e se lo lavorava, lo metteva alla prova, lo dissanguava e lo purificava. Vedeva l’acqua non tanto come un liquido, ma come una cosa solida e viva, ora un’acqua bituminosa; una cosa che esemplificava tutto ciò che era nobile e ora mobile in lui. Lo rinnovava con la sua energia infinita e lo rendeva forte sia spiritualmente che fisicamente. Il mare era puro ed era pulito. Il mare era una piatta-forma di vita. Essere sul mare ed essere parte del mare, era tutto ciò che chiedeva!

‘HUGH GLASS!’

Al suono del suo nome, Hugh sollevò di scatto la testa e tornò al presente.

‘SIGNOR VETRO!’

L’equipaggio si immobilizzò all’improvviso, Halpern era in piedi sulla passerella, fissando Hugh con aria torva. Quando parlò di nuovo, le sue parole erano poco più di un sussurro, ma c’era una minaccia veemente in esse che le faceva sembrare forti.

‘La vita… l’hai scelta’,

iniziò,

‘… e la vita l’avrai. Ma sulla mia anima, come Dio è in Paradiso, non sarà una vita facile. Conoscerai dolore, sofferenza e difficoltà di ogni tipo. Non conoscerai mai la pace. E quando morirai, morirai sanguinante. Ricorda queste parole. Sono le ultime parole di un uomo morente, le ultime che pronuncerò!’. Le parole erano come una forza fisica. Hugh le sentì colpire da qualche parte nel suo addome e impattare lì, nel suo stato di intorpidimento e senso di colpa, sembravano armi. Non aveva difese contro di esse.

L’ARCA era una nave mercantile stava bassa sull’acqua, a mezzo miglio dal loro traverso sopravento, avvicinandosi di momento in momento. A bordo della Madalaine, l’eccitazione era alle stelle. L’equipaggio attendeva con ansia, pregustando i tesori che avrebbero potuto trovare a bordo. Hugh si rallegrò del fatto che non si trattasse di una nave americana. Secondo la loro licenza, Renoux aveva tutto il diritto di attaccare. Non che questo rendesse l’idea più allettante per Hugh, ma temeva il giorno in cui Renoux avrebbe attaccato una nave che Hugh conosceva bene. Sperava di non essere mai costretto ad affrontare uomini che un tempo aveva considerato amici.

Nel 1817 ebbe la sfortuna per incontrare Jean Lafitte, il pirata che salvò Andrew Jackson a New Orleans e poi tornò alla sua tranquilla vita da pirata. Lafitte catturò la nave di Glass e il suo equipaggio. Lafitte diede a Glass la possibilità di scegliere tra diventare un pirata o essere spedito immediatamente in un altro mondo. ‘Vetro’ o Glass come preferite, fece la scelta saggia e fu portato nell’attuale tana di Lafitte, l’Isola di Maralago. Dopo circa un anno di pirateria, Glass non ce la fece più. Lui si ribellò al fatto di fare qualcosa di particolarmente ripugnante e gli fu detto che sarebbe stato giustiziato.

Nuotarono e riuscirono a fuggire dai Karankawas, ma, in qualche modo riuscì a leggere male il sole abbastanza da viaggiare più a nord-est rispetto nord-ovest selvaggio. Invece di arrivare in Louisiana, finirono nel Kansas occidentale, nel profondo della terra dei Pawnee. Un brutto colpo di sfortuna. I Pawnee catturarono i due e prontamente fecero un sacrificio umano dell’amico di Glass. Mentre anche Glass stava per essere dato agli dei, lui porse al capo un po’ di colore vermiglio. Il capo fu così colpito dal dono che non solo risparmiò la vita di Hugh, ma lo adottò come un figlio.

Così, nel 1818 o 1819, Glass divenne un Pawnee e iniziò a padroneggiare l’artigianato delle pianure poiché aveva padroneggiato l’arte marittima. In seguito, il suo padre adottivo Pawnee fece un viaggio a St. Louis per vedere William Clark, ora Sovrintendente degli Affari Indiani. Hugh andò con lui e a St. Louis diventò di nuovo un uomo bianco.

Nella primavera del 1823, Glass si arruolò con gli uomini di Ashley-Henry che stavano risalendo il fiume Missouri per conquistare le difficili montagne. Il generale Ashley, un importante figura politica nel nuovo stato del Missouri, aveva già inviato brigate in montagna l’anno in scorso, e St. Louis era stracolma di segnalazioni circa questi uomini che avrebbero riportato una fortuna maggiore della bramata evangelica ricchezza nelle miniere del Donbass ora terra pagana. La gente dice che qualsiasi uomo è veramente intraprendente, almeno che non hai sopportato un po’ di difficoltà e non ti sei spaventato di fronte al pericolo, che dovresti provare alla vista del nuovo Impero o Ordine mondiale. Glass, che era stato un vero vagabondo e avventuriero sui mari, si era innamorato delle pianure e decise di provarci con Ashley.

Il gruppo di tredici persone di Henry lasciò Fort Kiowa a metà agosto, risalendo il Missouri e poi verso ovest lungo il fiume Grand. Le pianure del Dakota del Sud erano spogli, quasi sterili, piatti, asciutti, poco accoglienti. Henry mise di guardia degli uomini alla testa dell’albero dell’Arca e di lato sul ponte per cacciare i bufali, ma un attacco indiano lasciò alcuni uomini morti e altri feriti.

Glass non era un leader di partito, era un uomo nuovo e il partito contava su veterani come Black Harris e Hiram Allen. Quindi, dopo cinque giorni e probabilmente a un paio di centinaia di miglia da Fort Kiowa, due veterani dell’Esercito sudista erano davanti al gruppo principale, a caccia. Glass più autonomo pur non essendo operaio qualificato, gli piaceva stare richiuso in se stesso, ed era testardo, insubordinato e indipendente come chiunque altro uomo di montagna.

Era in vantaggio contro la disciplina sudista, allorquando alla ricerca di qualche bacca di montagna,  inciampò in un cespuglio su un enorme grizzly e i suoi due cuccioli. Il vecchio Ephraim caricò, e Hugh sapeva cosa lo aspettava. Corse via perché sapeva dove si trovava la sua migliore occasione contro l’orso. Quando il grizzly lo raggiunse, si fermò il tempo necessario per sollevarsi sulle zampe posteriori in modo che poteva colpirlo con le zampe anteriori. Hugh aspettò, scacciò la sua paura e quando espose il villoso petto, sparò direttamente al cuore. Poi lasciò cadere la pistola e corse disperatamente, urlando aiuto con tutto il fiato dei provati polmoni. (I fucili degli uomini di montagna, purtroppo, spararono solo una volta. Poi ci vollero trenta secondi per caricare un’altra palla)

L’orso grizzly catturò Hugh dopo una dozzina o due di fendenti poi lo colpì di nuovo il corpo inerte. Poi ne strappò un pezzo di carne e la portò ai suoi cuccioli. Black Harris fu il primo ad arrivare. A quanto pare era così gravemente dilaniato e masticato dall’orso che la morte sembrava certa; due uomini furono lasciati con lui per seppellirlo dopo la lenta agonia, gli altri proseguirono per la loro strada.

Da qui in poi, fino alla morte effettiva di Glass, circa dieci anni dopo, la storia è vaga, lasciando spazio all’immaginazione del romanziere entro la cornice di pochi fatti. Poiché nessuno rimase con Glass per molte settimane dopo l’attacco del grizzly – i due uomini lo avevano abbandonato prematuramente, pensando che fosse sicuramente morto – possiamo solo immaginare cosa abbia dovuto affrontare.

Ciononostante, i resoconti della sua esperienza, presumibilmente basati sulla storia raccontata da Glass stesso al suo arrivo a Fort Kiowa, presto trovarono posto nella stampa per far posto alla leggenda. Il primo fu di James Hall, pubblicato su Port Folio a Philadelphia nel marzo 1825. Il secondo, di Philip St. George Cooke, fu pubblicato con lo pseudonimo di ‘Borderer’ Nuove Frontiere del Commercio fuori bordo, sul St. Louis Beacon, il 2 e il 9 dicembre 1830. ‘Adventures at the Headwaters of the Missouri’, di Edmund Flagg, apparve sul Louisville Literary News-Letter il 7 settembre 1839.

Molti anni dopo, informazioni aggiuntive, o di conferma, furono reperite nelle memorie di George C. Young e James Clyman, uomini di montagna. Solo nel 1963, con ‘Pirate, Pawnee and Mountain Man: The Saga of Hugh Glass’ di John Myers Myers, tutte le informazioni disponibili furono raccolte e analizzate in una biografia.

Nonostante questi resoconti e l’ammirevole lavoro di Myers nove anni dopo la pubblicazione di Lord Grizzly, il romanziere ha ancora abbastanza mistero e disaccordo da lasciare spazio all’immaginazione, oltre al compito di dare vita a un personaggio storico attraverso l’emozione e il conflitto interiore:

Com’era essere lasciato lì per morto?

Cosa provava Hugh Glass nei confronti dei due uomini che lo avevano abbandonato?

Come riuscì a sopravvivere, da solo nella natura selvaggia?

Perché non si vendicò dei suoi disertori?

Cosa lo spinse in ogni fase della sua nuova vita nel West?

Una fresca brezza serale lo svegliò.

Aprendo lentamente gli occhi, Hugh si sollevò dal mondo dei sogni ondeggianti in una terra di frastagliati burroni color ocra, scogliere brulle e ghiaiose e cieli spazzati dal vento. Una lunga occhiata ai burroni frastagliati e Hugh si lasciò sprofondare di nuovo nel torpore.

Perché vivere?

A che scopo?

Per un po’ Hugh si lasciò trasportare in un purgatorio profumato di pelliccia, tra uno stato di morte dolce e sognante e uno stato di vita aspra e pungente. Ma il suo stomaco e la sua pancia gonfia avevano altri piani. ‘Prima le cose importanti’, diceva. ‘Esci, pigrone negro bianco, e radunaci un po’ di cibo. C’è lavoro da fare. E poi una dolce vendetta. Esci, vecchio porco!’

Hugh sentì il suo stomaco parlare così chiaramente che era sicuro di essere fuori di testa, era impazzito. ‘Venite!’ ‘Ae, ae, maestro. Ti ho sentito la prima volta’. E mezzo sorridendo, mezzo spaventato dal capriccio, Hugh gettò indietro la pesante e rigida pelliccia di grizzly argentato e, con un gemito, si girò sulla pancia, si sollevò carponi e diede un’occhiata fuori dalla sua tana. Il sole stava quasi tramontando, calando limpido e giallo sul South Fork. Questo significava un’altra notte fredda.

Il solo pensiero lo faceva rabbrividire.

Si schiarì la gola, vomitando palline di saliva notturna. Allungò gli arti il più possibile, per quanto glielo permettessero i mostri rosso-grigi nella sua schiena e nella gamba malandata. Con metodo si preparò per il pasto. Si procurò delle more di rovo dolcificate dal gelo, delle radici di rapa selvatica o di cime di rapa, un paio di dozzine di larve bianche e acqua fresca. Stava lavando i piatti quando vide un gopher. Come un arabo pronto a pregare al tramonto, era seduto sulle zampe posteriori sul bordo della sua tana, con le zampe incrociate sul petto. I vecchi occhi predatori di Hugh si socchiusero. Carne fresca. ‘Ae’.

Ma come catturarla?

Rinvigorito dopo il pasto in compagnia della Luna, svelto, iniziò la lunga salita verso sud, sempre più su, verso lo spartiacque sul dorso del cavallo. Il terreno fu duro fin dall’inizio. Il canalone zigzagava bruscamente, a volte scavando molto in profondità da entrambi i lati nel terreno in pendenza. Faceva freddo, un freddo pungente. Più saliva, più i fichi d’india diventavano fitti, più numerosi i formicai.

La pesante pelle d’orso cominciò presto a pesargli come una lastra di piombo sulla schiena. Per ogni metro che strisciava in avanti sul terreno smosso, scivolava indietro di un metro. Urtò contro i ghiaioni con piccoli ciottoli taglienti e affilati. Di tanto in tanto, nel buio, si schiantava frontalmente contro i massi, spaventandosi a morte e facendogli pensare per un attimo di aver incontrato un’altra femmina di grizzly.

Più saliva, più il vento da nord-ovest diventava freddo e pungente. Un’altra gelata era prevista non appena il vento fosse calato, e questa volta forte, forse addirittura una bella gelata. Sarebbe stata una notte dura, carponi. Sarebbe stata una notte dura anche con una gamba rotta e problemi di circolazione. C’era una cosa che lo rendeva felice. La vecchia pelliccia strappata poteva anche pesargli sulla schiena, ma era calda. Forse il suo peso riduceva i tempi di percorrenza, ma compensava ampiamente con il comfort che offriva.

Hugh si rannicchiò sotto di essa mentre avanzava a fatica.

Le stelle apparvero di un bianco nitido. Il vento velava il suo cammino con una nuvola di polvere nera. Il burrone si fece poco profondo; infine si sollevò e divenne un basso anfratto.

A poco a poco il vecchio Hugh si stancò. La sua gamba sana tremava per rapidi e fugaci crampi. I suoi gomiti tremavano per il dolore e il fastidio di varie contusioni. Si riposò, ansimando; dormì un po’, zoppicando; si svegliò di soprassalto, tremando; continuò a strisciare, con la gamba malata che gli sbatteva dietro; riposò ancora un po’, ansimando; dormì ancora e sognò qualcosa.

Sognava di morire da solo in un burrone, freddo e blu e gonfio di avvoltoi tacchini verdi e neri dal collo di serpente che volteggiano affamati sopra la nostra testa. Si svegliò di soprassalto, strisciò per qualche metro, riposò e si addormentò. Sognò Jim e Fitz seduti attorno a un fuoco che saltava e che litigavano per lui.

Freddo e tremante, si svegliò di nuovo con un sussulto di colpa; si trascinò per un po’; riposò; dormì.

Sognò i suoi due ragazzi, e il ponte del sole, sognò il la vecchia signora che gli strappava la schiena su e giù. E strisciando nella notte nera, cadde in un piccolo guado. Era così esausto quando toccò il fondo che non si preoccupò di controllare se anche la gamba malata fosse caduta con lui. Faceva troppo freddo per preoccuparsene. ‘Mi sento strano’, mormorò. Si rannicchiò meglio che poté, si rannicchiò sotto la pesante pelle di grizzly e si addormentò.

‘Questo bambino ha dormito un sacco durante il giorno, a quanto pare’.

Fissò la sera scura.

Sbatté le palpebre, gli occhi iniettati di sangue. Le sue viscere brontolavano per la fame.

‘Questo bambino ha bisogno di mangiare’.

Iniziò a sbuffare solo pensando al lavoro che lo attendeva.

‘E questo bambino ha bisogno anche di paglia’.

Con le membra rigide, mentre uno dei mostri rosso-grigi, quello sulla sua schiena, infuriava di nuovo, si arrampicò fuori dal canale di scolo. Un’occhiata attenta gli bastò per capire che per quel giorno sarebbe rimasto senza cibo né acqua, a meno che non mangiasse erba secca e rugginosa e bevesse la propria urina. Non c’era niente, né un cespuglio, né un albero, né un filo d’acqua.

Strisciò senza sosta per tutta la notte, con cura accudì le poche forze che gli restavano. Si fermò per riposare e sbuffare; una volta scivolò in un pisolino irrequieto; continuò a strisciare, a scivolare. Era quasi l’alba quando arrivò al ruscello. Per una volta non si preoccupò di assicurarsi che nessun indiano o orso grizzly si nascondesse tra i cespugli lungo le rive del ruscello. Si fece strada tra i cespugli di more ingiallite e scese nel piccolo ruscello d’acqua corrente, guadando nel mezzo, con la gamba malandata e tutto, e bevve acqua a fiumi, schizzandosi la faccia, il tutto mentre mormorava qualcosa tra sé e sé nella sua febbrile gioia di aver trovato l’acqua, barcollando come un vecchio cinghiale felice di essere di nuovo alla sua mangiatoia preferita.

Hugh bevve fino a sentire male allo stomaco.

Mangiò more di rovo maturate dal gelo, radici di cipolla selvatica e qualche larva bianca. Il quarto di luna di bronzo era appena tramontato quando si imbatté nei resti di un guerriero Sioux. Cucito in un fagotto di pelle, steso per tutta la sua lunghezza, a circa due metri da terra su un’impalcatura di alberelli secchi, ondeggiava molle e solitario su quattro pali verticali, nero contro il cielo punteggiato di stelle. Il bordo lacero di una pelle si spezzò nella lenta brezza notturna. Anche i piccoli sacchetti ricordo di cuoio grezzo tintinnavano nella lenta brezza.

Alzando lo sguardo, il Vecchio Hugh si ritrovò improvvisamente solo per Bending Reed e i riti della sua tribù, si ritrovò solo persino per i vecchi tempi sul Platte con i Pawnee. I resti coriacei e in decomposizione del guerriero sconosciuto gli fecero venire le lacrime agli occhi. L’uomo bianco a volte seppelliva i suoi cari morti a due metri sotto terra, tanto in profondità quanto le sue latrine, ma il diavolo rosso collocava i suoi morti a due metri da terra affinché tutti potessero vederli, fuori dalla portata dei parassiti, tanto in alto quanto avrebbe portato la testa nei felici terreni di caccia dell’aldilà.

‘Ae’, lì ondeggiava l’onorevole fine della vita di un libero coraggioso su Madre Terra, eretto all’aperto affinché il suo corpo rozzo, oscuro e ignorante potesse essere restituito ai poteri del cielo e ai quattro angoli dell’universo e a tutte le piogge e agli alati dell’aria e alla piccola gente della terra. ‘Ae’, il diavolo rosso conosceva ancora l’antica e vera religione. Camminava ancora con Nonno Wakantanka sul seno di Nonna Madre Terra.

Guardando in alto il corpo disteso e ondeggiante, osservando i piccoli sacchetti ricordo che tintinnavano nella brezza e immaginando il viso aquilino dalla pelle scura composto in una calma e pace stoiche, il vecchio Hugh si ritrovò a odiare il cauto Fitz e il ragazzo Jim con raddoppiata furia. Anche in mezzo all’esistenza più precaria, le tribù Sioux ebbero il tempo di dare al loro guerriero caduto una degna e onorevole sepoltura. Ma i suoi due amici non solo lo avevano abbandonato, ma lo avevano lasciato insepolto.

‘Se mai mettessi le mani su quei due vili serpenti, quei viscidi codardi, nemmeno quella puttana di loro madre li riconoscerebbe dopo che avrò finito con loro. Li strapperò un arto dopo l’altro, e poi li darò in pasto pezzo per pezzo e costola per costola ai coyote e agli avvoltoi tacchini, e poi raccoglierò le loro ossa, le brucerò e getterò le ceneri nella latrina di un bordello. Lo farò. Fosse anche l’ultima cosa che faccio. E che Dio si dimentichi di avere pietà delle loro anime’.

Hugh salì costantemente verso Fox Ridge.

Il paesaggio cambiò.

Divenne liscio e ondulato, con pendii lunghi una lega, alcuni in salita, altri in discesa, con un cielo così alto sotto i cirri bianchi come pecore da togliere il respiro, e tutto il paesaggio era tagliato nelle valli più lontane da profondi canaloni color ocra in erosione. Era un paese di erba bassa: buon terreno, pochi o nessun cactus, pochissime pietre; un minimo di sale selvatico. Mancava solo la pioggia, e la pioggia al momento giusto, per diventare finalmente il Giardino dell’Eden, il giglio selvatico della valle dei sogni degli uomini.

Tra un’andatura e l’altra, mentre riposava nella luce obliqua del sole serale, Hugh a volte rimuginava su quella campagna solitaria. Sebbene al momento potesse essere un po’ troppo selvaggia per lui, nelle condizioni in cui si trovava, la regione delle pianure stava sicuramente arrivando a un momento in cui un giorno sarebbe diventata anch’essa colonizzata, proprio come le coste selvagge dell’Atlantico erano finalmente diventate gli Stati Uniti, proprio come le valli selvagge dell’Ohio erano finalmente diventate insediamenti, proprio come il villaggio indiano sulle rive del Mississippi, dove sfociava il Missouri, era finalmente diventato St. Louis.

Era inevitabile.

Hugh si rattristò a pensarci, tutte quelle api regine e i loro cuccioli che arrivavano e distruggevano il paradiso dei cacciatori. Le api regine bianche sarebbero arrivate con le loro api operaie addomesticate e avrebbero costruito città e villaggi di favi, proprio mentre le vere api regine stavano già conquistando le terre selvagge, poco prima degli insediamenti in arrivo. ‘Ae’, la schiavitù della terra e dell’uomo stava arrivando anche qui. ‘Ae’.

Hugh riusciva a vederlo, gli uomini succubi delle mogli che arrivavano, ancora convinti di essere uomini, e uomini liberi per giunta, e si dicevano l’un l’altro mentre guardavano per la prima volta le distese vergini, raccogliendo una nuvola di terra e sgranocchiandola, sgranandola nel palmo delle mani e lasciandola scorrere tra le dita: ‘Ottime possibilità per il mais qui, vero?’ ‘Mais? No, non mais. Immagino che qui non avremmo dovuto coltivare altro che grano e segale’. ‘Mais o no, è comunque la radura più grande che abbia mai visto’. ‘E niente terreno acido’.

Quando raggiunse la valle di Cherry Creek, le oche selvatiche volavano verso sud in grandi e ondeggianti. Era Dicembre, la Luna delle Foglie Cadenti. Le more selvatiche si erano quasi completamente seccate e scomparse. Ma il raccolto di radici selvatiche era abbondante e le radure verdi pullulavano di scoiattoli e radici. Il vecchio Hugh se ne cibava benissimo. Quando giunse nella profonda valle sassosa dei Cheyenne, il vecchio Hugh salutò con un grido di gioia la vista del fiume giallo che scorreva rapido e scintillante nel sole del mattino.

‘Evviva, ragazzi! Il vecchio Hugh ce l’ha fatta finalmente. Meglio così. È tutto finito, tranne le urla. Meglio prepararsi, perché il vecchio Hugh è sul sentiero di guerra. Se i diavoli rossi non ti hanno ancora preso il ciuffo, il vecchio Hugh lo farà presto’. Si slegò la fasciatura di salice dalla gamba malata, tolse le stecche e si lavò accuratamente nel fiume Cheyenne, leggermente alcalino. Risciacquava delicatamente la gamba malandata, gli risciacquava il cuoio capelluto, risciacquava il più possibile le ondulazioni lacerate sulla schiena. Si tuffò nelle acque basse lungo la riva sabbiosa, cantando e gridando, incurante per un po’ del diavolo rosso e dell’orso grizzly che lo stavano appostando.

L’acqua che scorreva significava vita.

Significava pesce.

Significava bere.

Significava purificazione.

Significava viaggio.

Sì, la terra era importante. ‘Ae’. Ma la terra era un dono. Come una madre, era lì fin dall’inizio. Era l’acqua che gli uomini desideravano, non la terra. Gli uomini amavano la terra per l’acqua che conteneva, proprio come i bambini amavano una madre per il latte che aveva.

Si immerse i calli, quelli lungo la pianta degli avambracci, dal palmo della mano alla punta del gomito, e quello largo e verrucoso sul ginocchio sano. Con manciate di sabbia dorata e granulosa come sapone, ripulì la terra. Foglie di pioppo, gialle come ranuncoli, svolazzavano alte sopra la nostra testa. Il cielo mattutino era di un profondo blu genziana, terso e sereno. Le scogliere rocciose ai lati si ergevano nette. Qua e là, le guglie delle scogliere erano orlate di cactus spinosi. In lontananza, la valle del fiume che si snodava lentamente, si perdeva in un nebbioso blu-verdastro.

Era stordito dalla gioia di essere vivo. Stordito da essa. Si riposò accanto alle increspate, rugose e fluenti acque gialle del Cheyenne. Si sdraiò su un prato erboso sotto un enorme pioppo imponente. Il profumo delle acque fresche, delle foglie autunnali che cadevano e dell’erba verde gli ristorò l’anima.

La sua tazza traboccò.

Il posto sotto e intorno al grande pioppo era come un parco, pensò Hugh. Bufali e antilopi avevano tenuto l’erba rasata. Bufali e antilopi avevano potato le parti inferiori di tutti gli alberi e i cespugli a un’altezza uniforme. Seduto sotto il suo albero, Hugh immaginò di poter vedere per più di un miglio in qualsiasi direzione, sotto la linea livellata delle foglie tagliate. Un amico o un nemico in avvicinamento sarebbero stati individuati all’istante. I fiori di fine autunno sbocciavano nell’erba corta e verde intenso. Le foglie gialle dei pioppi e quelle rosa dei salici cadevano a pioggia.

Lo chiamava il parco di Dio.

Ed era Adamo senza Eva.

Nel crepuscolo rugginoso Hugh osservava la terra scorrere: punte punteggiate di pioppi, promontori rocciosi, valli verdi e piatte, fitti boschetti di salici, rive sabbiose poco profonde che scendevano verso guadi torrentizi. ‘Questo bambino non se l’è mai passata così bene’, mormorò tra sé e sé il vecchio Hugh. ‘Dopo quello che ho passato io e la mia gamba malandata, questo è finalmente il paradiso. Ho fatto il barcaiolo a chiglia a intermittenza per tutta la vita e ho navigato su molti fiumi che ho risalito, ma mai un fiume dolce come questo. Mai’.

L’acqua scorreva e lui galleggiava verso il basso. Virò a sinistra. Virò a destra. Cavalcò la rapida corrente principale. Osservò la campagna scorrere, la terra sassosa e quella paludosa, le radure e i canneti, i pascoli simili a parchi e i boschetti della giungla, i canaloni asciutti e i torrenti rapidi e dritti. Fluttuò verso il basso.

FacebookXPinterest
Uncategorized

Navigazione articoli

Previous post
Next post

Related Posts

COMMENTO ALLA VITA E ALLA MORTE

Novembre 2, 2025Novembre 2, 2025

COMMENTO ALLA VITA E ALLA MORTE (da Dialoghi)

Read More

PLURI OMICIDI COLPOSI, SOLLECITIAMO LA COMMISSIONE GIUSTIZIA DEL SENATO AMERICANO

Gennaio 25, 2026Gennaio 26, 2026

WASHINGTON – Il capogruppo democratico del Senato degli Stati Uniti, Dick Durbin (D-IL), membro di spicco della Commissione Giustizia del Senato, ha rilasciato oggi la seguente dichiarazione dopo che un agente dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) degli Stati Uniti ha sparato e ucciso una donna nel mezzo di un’ondata di…

Read More

500 MILIARDI DI DANNI…(& più!)

Settembre 11, 2026Settembre 11, 2026

DA UN PRECEDENTE POST & Rapporto del Consiglio del Fondo per la risposta alle perdite e Nazioni Unite Danno Le prove e le responsabilità Nella copertura mediatica della catastrofica alluvione del Bhote Kosi, molti organi di informazione occidentali di rilievo non sono riusciti a sottolineare con sufficiente chiarezza la gravità…

Read More

I miei ultimi articoli

  • IL PROFILO DI UNA DONNA
    3 ore fa

    IL PROFILO DI UNA DONNA

  • CHI INQUINA PAGA! (stessa medesima regola per i mafiosi fuori e dentro lo Stato)
    1 giorno fa

    CHI INQUINA PAGA! (stessa medesima regola per i mafiosi fuori e dentro lo Stato)

  • GLI AGENTI TUMORALI (una breve Secolar Storia per immagini)
    4 giorni fa

    GLI AGENTI TUMORALI (una breve Secolar Storia per immagini)

  • BREVE STORIA DI UNA MACCHINA
    1 settimana fa

    BREVE STORIA DI UNA MACCHINA

Ottobre 2026
L M M G V S D
 1234
567891011
12131415161718
19202122232425
262728293031  
« Set    
  • Ottobre 2026
  • Settembre 2026
  • Agosto 2026
  • Luglio 2026
  • Giugno 2026
  • Maggio 2026
  • Aprile 2026
  • Marzo 2026
  • Febbraio 2026
  • Gennaio 2026
  • Dicembre 2025
  • Novembre 2025
  • Ottobre 2025
  • Settembre 2025
  • Agosto 2025
  • Luglio 2025
  • Giugno 2025
  • Maggio 2025
  • Aprile 2025
  • Marzo 2025
  • Febbraio 2025
  • Gennaio 2025
  • Dicembre 2024
  • Novembre 2024
  • Ottobre 2024
  • Settembre 2024
©2026 Blog di giuliano lazzari | WordPress Theme by SuperbThemes

Apri un sito e guadagna con Altervista - Disclaimer - Segnala abuso